Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Un Cimini senza filtri. Ma con tanto amore.

8 dicembre 2018.

Prosegue il mio mese preferito, anche se mancano ancora un po’ di giorni a Natale, questo sabato sera ha tutto il sapore di un regalo ricevuto in anticipo. Ho un appuntamento speciale e imbocco la A14, con la mia modalità preferita: me myself and I e con canzone A14 in sottofondo, per arrivare da colui che l’ha scritta.

Che Federico Cimini fosse un ragazzo umile ed estremamente gentile, l’avevo capito ancor prima che ci incontrassimo e ancora prima che gli stringessi la mano. Mi era bastato uno scambio di qualche messaggio e il modo in cui ha immediatamente accolto la mia richiesta di fare un’intervista per Vez magazine, in occasione dell’ultima tappa del suo Tokyo Tour prevista al Locomotiv club di Bologna.

Ho scoperto da poco la sua musica ed è stato amore – al primo ascolto. Questa è stata anche la prima cosa gli ho detto, non appena siamo arrivati in camerino e ci siamo seduti sul divano per fare la nostra chiacchierata.

Più che un primo incontro, mi è sembrato un ritrovo, come se ci fossimo già visti e avessimo già avuto modo di entrare in confidenza, saltando quei passaggi da “primo impatto” sempre un po’ imbarazzante tra due sconosciuti.

Forse perché Federico, attraverso i suoi testi ha la capacità di fare entrare le persone in contatto con il suo mondo e tra buoni “empatici”, così come amiamo definirci entrambi, ce la intendiamo senza aver bisogno di tanto tempo prima di stabilire un contatto umano ed emotivo.

In camerino ci siamo arrivati insieme, perché sia lui che il suo manager Nagni sono stati così gentili da aspettarmi ed accogliermi all’ingresso del locale.

Ne approfitto per ringraziare ancora entrambi, non è un gesto scontato o dovuto, ma sin dall’inizio, nonostante fosse la mia prima intervista da sola, senza nessun supporter, mi sono sentita una loro amica, non una sconosciuta.

Il suo album Ancora meglio è in loop da più di un mese nella mia macchina mentre macino chilometri e nelle mie cuffie mentre cammino per strada. Ho scoperto da poco il suo nome e quando gliel’ho detto, mi ha risposto sorridendo: <<Ne sono felice, meglio tardi che mai>>.

 

Adesso Immaginate questo:

 

Un camerino che sembra un tipico salotto di una tipica “casa-regaz”, un divano con seduta una Claudia alla sua prima intervista da sola, emozionata livello-pro e mezza tremolante con le sue domande scritte a penna e un registratore in mano.

E nel bel mezzo dell’intervista immaginate un alternarsi di personaggi adorabili (membri della band) che a turno, fanno avanti e indietro in questo salotto, chi lavandosi i denti, chi intonando note stonate, chi col filo interdentale, chi venendo a prendere una birra dal frigo.

Come non sentirsi a casa?

Iniziamo così la nostra chiacchierata, in un ambiente con un clima che ho amato e che avevo promesso di descrivere.

 

Ero in macchina con mia madre e ti stavamo ascoltando, ad un certo punto mentre ascoltavamo Fare tardi lei ha detto: “Questo ragazzo sembra Rino Gaetano!”. Ecco, ti senti parte di questo preciso momento storico o magari ti sarebbe piaciuto nascere in un altro periodo e contesto. E quali sono i tuoi artisti preferiti, quelli con i quali sei cresciuto?

Questa è una cosa bella che mi impaurisce sempre un po’. Non credo nel destino ma credo nel caso, quindi se il caso ha voluto che nascessi in questo periodo storico va benissimo così.

Mi piace, nel senso che ho sempre cercato di costruire il mio futuro e il mio presente, adattandomi. Ci si adatta, da “animali” a questo mondo, quindi è giusto che io mi trovi qui. Artisticamente non so quanto io mi riesca a ritrovare, ma ci sono.

Far parte del mondo “Indie” non è una scelta personale o voluta, spesso scrivi delle canzoni e ti ritrovi in quel gruppo. Poi ci sono i giornali o il pubblico che hanno bisogno di etichettare, ma sono contento di riuscire a dire la mia facendo parte di questo contesto.

Vivo sempre tutto con alienazione, sono un cantautore, scrivo canzoni e mi fa piacere che possano ascoltarmi sempre più persone possibili a prescindere dal genere a cui appartengo. Gli artisti con i quali sono cresciuto fanno sicuramente parte della produzione italiana storica, per me importante, perché mi ha aiutato tantissimo: da Rino Gaetano appunto, a De Gregori, a Lucio Dalla, a Battiato. Durante l’adolescenza ho avuto il mio periodo Ligabue.

La musica italiana comunque mi ha aiutato tantissimo e la cosa bella adesso è quella di vivere a Bologna, che è un centro musicale assurdo, una città piena di bar e nei bar sai che ci vanno gli artisti. Noi ci troviamo sempre lì, ci sono molti artisti che seguo dello Stato sociale o Calcutta, con i quali ho il piacere di essere amico oltre che un loro fan.

E alla fine si cresce anche un po’ insieme.

 

Come ti immaginavi a trentanni? Momento in cui si tirano un po’ le somme e si fa un giro di boa.

Da bambino mi immaginavo scienziato.  Non avevo un’idea precisa di cosa significasse fare lo scienziato, lo dicevo così, in maniera generica. La musica è stata una passione che mi ha sempre accompagnato, forse a livello naturale mi ci sono ritrovato ed è bellissimo riuscire a lavorare con la propria passione. Poi ho trentanni anni ma non li dimostro (ride) e io confermo.

 

Prima di avere un’etichetta discografica, hai iniziato il tuo percorso auto-producendoti. Sognare non costa nulla, ma quanto costa poi realizzare un sogno e non abbandonarlo prima di chiuderlo nel cassetto?

E’ un investimento e quando si investe, si investono delle forze tra cui il denaro, il tempo, la credibilità, la personalità. Si investono un sacco di cose, quindi il costo non è solo economico, ma è a livello vitale.

Lo fai quando ti rendi conto che la passione che hai è importante. Sono sempre stato un ragazzo determinato, molte passioni che avevo da bambino le ho abbandonate, però poi ho scoperto che mi piaceva scrivere e cantare ed è stato bellissimo e da lì non mi sono più mosso.

Tra le varie passioni poi ce n’è una che puoi davvero sviluppare e può aprirti al mondo del lavoro e da lì ci devi credere.

 

Hai avuto uno stop di un paio d’anni e adesso invece sei reduce da un anno “pieno” quant’è importante allontanarsi da tutto e staccare la spina per stare da soli? La solitudine in sé ti spaventa?

Probabilmente non riesco a stare solo lo ammetto, ed è una critica che mi viene fatta spesso, dalle mie ex magari (ride), però la solitudine è importante. La cosa importante in realtà per me è sentirmi “voluto bene” che forse non è corretto in italiano, ma credo sia chiaro come concetto.

Una volta che so che i miei amici, la mia famiglia e chi mi sta più vicino mi vogliono bene, lì so che sono in pace col mondo, che sto bene e posso prendermi i miei spazi, anzi ho bisogno dei miei momenti di solitudine. Ma ho anche bisogno di quella certezza.

Se dovessi ritrovarmi solo in mezzo alla solitudine invece, mi prenderebbe malissimo.

 

Soffri l’ansia di volere tutto e di non accontentarti mai?

Sì, questa è una verità, cerchiamo sempre quello che non abbiamo ed è una cosa che coinvolge tutti. Io invidio chi riesce a vivere bene accontentandosi di ciò che ha senza cercare altro. Non riuscirei ad essere come loro.

 

Ancora meglio titolo del tuo ultimo album, sei una persona che riesce a godersi la felicità e le soddisfazioni sia personali che artistiche o aspiri sempre a “quell’ancora meglio” e pretendi sempre il massimo da te stesso, senza riuscire a godere molto dei tuoi traguardi?

Cerco di pretendere quello che è meglio per me. Il mio obiettivo di vita è quello di sentirmi soddisfatto, cercare di stare bene. Non dev’essere un’ossessione perché io non canto per popolarità, quella arriva dopo…

Bisogna sapersi accontentare delle cose reali, tutto il resto sono velleità e sono cose che possono trasformare un obiettivo in un’ossessione e così facile poi perdere il controllo.

Mi piace raggiungere i miei obiettivi facendo le cose fatte bene, sennò divento pazzo come molti artisti nel corso della storia.

 

Un’ultima domanda: a chi pensi mentre scrivi?

Penso ai fatti miei, mi isolo, penso a quello che mi succede e a quello che ho bisogno di tirare fuori per sfogarmi.

Mi chiedo se ho bisogno di mandare un messaggio a qualcuno o di esternare qualcosa, ma spesso in realtà penso solo a me stesso.

Infatti canzoni come la Legge di Murphy è una fortuna che siano poi riuscite a toccare altre persone e a farle sentire quasi come protagoniste della canzone stessa.

Mi spiego meglio: alcune testi li ho scritti in momenti non del tutto felici, e perché no, anche in momenti di malessere.

Questi testi però, invece di risultare solo un mio specchio sono finiti per essere anche lo specchio di tante altre persone. E questo è il vero potere della musica.

 

Si conclude così la nostra chiacchierata, con qualche foto insieme, un video di saluti per Vez e un bell’abbraccio.

Questo è Cimini. Umiltà, semplicità e genuinità. Impossibile non amarlo.

Come d’altronde è impossibile non amare i suoi testi, perché lui e i suoi testi sono una cosa sola.

Perché Cimini mostra sé stesso esattamente per com’è: reale e vitale.

E questa si chiama autenticità. Cosa rara.

 

Ho aspettato seduta sul palco l’inizio del live e non potevo concludere in modo migliore il mio 2018, primo anno da e con VEZ.

Trovate il mio report sul nostro sito.

 

Claudia Venuti

 

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