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Nessuno lo deve sapere: il nuovo disco di Brenneke svela cosa è scritto nelle stelle

Questo 2019 è iniziato all’insegna di uscite musicali. Quello che non è ancora stato svelato al pubblico è Nessuno lo deve sapere, terzo album (in uscita per VetroDischi il 1 febbraio) di Brenneke, al secolo Edoardo Frasso, classe 1989.

L’ho ascoltato in anteprima per  Futura 1993,  e posso rivelarvi quello che ci aspetterà.  La prima cosa da sapere è che quello che Brenneke tesse, all’interno delle dieci tracce del disco ( in cui compaiono anche Compleanno e Lasciarsi alle spalle, i primi due singoli usciti) è un viaggio fisico e spirituale in un’altra dimensione, estremamente reale e allo stesso tempo lontana, un po’ come lo spazio.

Ecco, in questo viaggio spaziale siamo accompagnati da Edoardo stesso, che si racconta attraverso amori finiti, amori in corso, tracce di vita vissuta ma soprattutto vivibile. La prima cosa che viene in mente ascoltando i suoi brani è che questi formino una sorta di mappa che ci fa percorrere in tutti i luoghi, reali e metaforici, che costellano l’album.

Senza accorgercene ci siamo persi in un’isola irlandese e troviamo rifugio in pezzi di un’altra persona, catapultati nello spazio, in mezzo a Satelliti e segreti.

La cosa che più colpisce dell’album è che diventa bello al secondo ascolto, quando l’orecchio si è già abituato ai suoni felici, quando non si fa più caso ai ritmi pop e ci si concentra sui testi, perché in quel momento le immagini di Brenneke diventano nostre, le sue parole descrivono il nostro vissuto.

È quello il momento in cui Nessuno lo deve sapere diventa uno dei prodotti più limpidi che mi sia capitato di ascoltare in questi anni. Dopo aver ascoltato l’album ho deciso di portare Brenneke all’Osservatorio Civico di Milano, perché mi sembrava potesse essere la location giusta per fargli qualche domanda per aiutarci ad orientarci meglio in questo viaggio.

 

La prima domanda che ti faccio è abbastanza canonica, raccontaci il tuo progetto, descrivendolo con tre aggettivi. 

Il mio progetto è Indipendente nel senso che io ho un bisogno stratosferico della mia indipendenza, intesa come la necessità di essere lascito un po’ da solo. Ho anche attraversato periodi con le band, ma alla fine ho bisogno di stare da solo.

È indipendente ma non è indie, è una parola che non mi piace perché è diventata sinonimo di moda, che non è necessariamente negativo, ma l’indie  storicamente è la controcultura, non ha a che fare nulla con la moda. Mentre venivo qui  in macchina ho sentito il vecchio disco di Giovanni Truppi e ho pensato che quello era vero Indie, e che in questo caso la parola ha un’aggettivazione culturale impressionante.

In quel disco c’è il jazz, c’è il rap, c’è Rino Gaetano ed è frutto di una mente artistica che sapeva perfettamente quello che voleva e che era politicamente connotata. Secondo me oggi manca un po’ questa accezione nell’indie.

Il secondo aggettivo è pop, ma quando ti dico pop io penso ai R.E.M., un pop che se ne frega. Poi ti direi provocatoriamente contemporanea, ma non tanto per una questione di sound, quanto per il fatto che per quel che mi riguarda non avrei potuto scrivere dieci anni fa quello che ho scritto oggi. Ne viene da sè che lo stesso album scritto oggi non penso possa parlare della realtà tra dieci anni.

Mi inorgoglisce molto l’idea di aver fotografato qualcosa che è adesso e basta. Per ultimo ti direi vivo nel senso che si evolve, che è una cosa che io ho sempre percepito nella sfera live. E’ un annetto che non mi esibisco live, ne ho fatto solo qualcuno acustico, ma tra pochissimo c’è il mio nuovo debutto. Però nel 2016/17 ho fatto decine di live e una cosa che ho sempre molto apprezzato, che veniva fuori sia con la band dell’epoca che con quella di adesso, era che i pezzi evolvevano. E mi piace avere questo approccio vivo.

 

Ecco, avendo ascoltato l’album, secondo me il tuo è un album da cantare. Nel senso che il modo stesso in cui tu lo canti porta le persone a cantarlo con te, quindi ti volevo chiedere, quale sarà l’approccio al live? 

Sarà, appunto, un live molto vivo. Il principale strumento delle mie canzoni, so che sembra banale ma non è così, è la voce. Non per tutti è così, io amo utilizzare la voce come la potrebbe usare un Dylan o un De Gregori. Quando uno ascolta un disco con me che sillabo le parole in un determinato modo, non deve necessariamente aspettarsi che ad un live io le faccia esattamente così.

 

Il tuo album è stato una sorpresa, non lo immaginavo così. Avevo ascoltato Compleanno e me lo immaginavo forse un po’ meno ritmato. Partendo dalla prima traccia fino all’ultima c’è quasi una crescita vocale. È qualcosa di voluto o è casuale? 

Allora è un disco abbastanza up-tempo e ora che mi fai pensare, effettivamente è vero quello che dici, c’è un crescendo vocale! In realtà non è stato voluto, ma mi piace molto.

 

Ti ho portato qui all’osservatorio perché voglio anche parlarti di spazio. Se il pianeta Venere significasse amore e Marte separazione, in quali brani troveremmo questi due pianeti? 

La cosa bella è che quasi tutte le canzoni li comprendono entrambi. Penso che così, su due piedi, quella che rappresenta meglio entrambe le anime è  Lasciarsi alle spalle,  perché ha in sé una doppia lettura. Lasciarsi alle spalle vuol dire sia smettere di amarsi in segreto l’uno dall’altra, metti caso due persone che convivono e che piano piano fanno affievolire i loro sentimenti, sanno che non amano più l’altra persona; quindi in un certo senso si stanno lasciando alle spalle l’uno dall’altra. Ma vuol dire anche dirsi addio, in senso positivo.

 

Sai io ti devo ringraziare, perché in questo album spesso e volentieri mi sono ritrovata! Una canzone che ho amato è Certi animali in cui secondo me si ritrovano molti luoghi, sia reali che metaforici. Molto romantica e forse molto triste. 

Sai, alcune canzoni di questo album sono state scritte tempo fa, quindi magari ci sono dei collegamenti a persone che hanno fatto parte del mio passato e che ora non sono più nella mia vita. È difficile da spiegare, ma a volte scrivere una canzone d’amore non significa amare ancora qualcuno, cantarla non significa riprovare le stesse cose. Una volta che una canzone viene scritta ed è davanti a me, per me diventa una sorta di esercizio di sillabazione ed è come recitare, è come un copione, un mantra e la sacralità della canzone è insita in questa cosa. Poi io in realtà amo questa cosa dei luoghi, cerco una certa geografia tra immaginario e reale.

 

Un’altra cosa che mi ha molto colpita del tuo album è il titolo, Nessuno lo deve sapere. Però poi è un album, quindi lo sanno tutti. Era questo che volevi? Lasciarci in un ossimoro? 

Sì, assolutamente sì. Poi, oltre ad essere il nome di una traccia (una delle canzoni più vecchie che ho scritto), Nessuno lo deve sapere racchiude un po’ il senso del mio modo di portare le cose sul foglio, da un punto di vista testuale molto più che musicale. E in fondo, anche qui c’è un ossimoro ( nel rapporto musica-testo) perché testi molto intimi sono accompagnati da suoni molto forti! Fatto sta che, che cosa non si deve sapere? Quelle cose che potremmo definire i sentimenti profondi, come la delicatezza che c’è nell’amore, come una conversazione tra amici. A me piace l’idea che le persone che mi sentono cantare abbiano la sensazione che sia un loro amico a raccontargli una storia.

 

È un album in cui ci si immedesima solo dopo qualche ascolto, è un album su cui si riflette! Era quello che volevi? 

Non so se è quello che volevo dato  mio modo di scrivere canzoni, ma è quello che mi viene detto da diversi anni. Anche con il mio disco precedente (Vademecum del perfetto me) e con il mio ep, a me la gente diceva “ le tue canzoni mi arrivano dopo” e io mi arrabbiavo, non capivo, volevo scrivere delle canzoni pop. Poi ho capito che è molto meglio questa cosa, ho capito che era quasi un regalo.

Facciamo una domanda più divertente. Fingiamo tu debba fare un concerto su Marte e puoi chiamare chiunque vuoi, presente o passato,  a cantare e suonare con te, chi chiami? 

Quindi io sono l’organizzatore di un concerto su Marte, allora, chiamo gli  U2 di Achtung Baby, gli Why? che sono una band che amo alla follia e vengono davvero dallo spazio, e poi chiamo i The Cure. E poi di italiano contemporaneo metterei  I Cani (di Aurora), poi porterei  La Rappresentate di Lista, Caso e poi Truppi.

 

Ultima domanda, c’è una domanda che nessuno ti fa?

Nessuno mi chiede mai nulla dal punto di vista tecnico sulla chitarra, io sono un chitarrista. Il fatto che io sia chitarrista influenza il 90% del mio far musica! L’altro 10% è influenzato dall’attrazione per quei cantautori che sembrano sempre stiano nell’etere, e le loro canzoni parlano di te ma tu non sai come. Io sono sempre stato attratto da questa superiorità, ho una vena verso l’umanesimo. Sono attratto dalla cultura ecco. La grandezza degli altri mi ispira tantissimo!

 

Mariarita Colicchio

 

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