Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Death Cab for Cutie @ VEGA, Copenhagen

• Death Cab for Cutie •

Thank You For Today tour

 

VEGA (Copenhagen, DK) // 10 Febbraio 2019

 

È domenica, fuori piove da una settimana e sebbene il mio istinto mi spinga verso il divano, mi metto in macchina con due ore e mezza di strada davanti a me verso Copenhagen e verso i Death Cab for Cutie.

Il concerto si tiene nel blasonatissimo VEGA, locale della capitale danese di cui ho sempre sentito parlare ma che non avevo ancora avuto l’occasione di vedere con i miei occhi.

La sala grande è al primo piano di un edificio grigio, squadrato, con un’aria da periferia di città comunista pre-caduta del muro, atmosfera che in un certo qual modo si respira anche all’interno salendo le scale con i pavimenti chiari, la boiserie a listelli e il corrimano da palazzone anni ’50-’60: chiunque ha una zia o una nonna che vive in un condominio del genere e sa a cosa mi sto riferendo. Varcate le porte di quella che sembrava un’ambientazione al limite del modernariato insipido, la meraviglia di una sala tutta in legno, balconata intarsiata e lampadari vintage. Per dirla con le parole di Ben Gibbard, leader della band, “sembra di suonare dentro un pezzo di arredamento molto costoso”. 

Ad intrattenere il pubblico prima dei Death Cab, salgono sul palco The Beths, neozelandesi che fanno un rock tranquillo e carino, perfettamente adatto a distrarre il pubblico per una buona mezz’ora dalla noia dell’attesa.

Il palco si svuota dal guazzabuglio di strumenti che era per il set de The Beths per lasciare un ampio spazio circondato dalle postazioni per i cinque membri del gruppo: batteria, basso, microfono, chitarra, tastiere e un pianoforte. Un allestimento essenziale, come essenziali sono le luci che illuminano il concerto per tutta la sua durata: semplici, pulite, per non togliere attenzione alla musica.

Le 21:00 spaccate: I Dreamt We Spoke Again, tratta dall’ultimo Thank You For Today apre le danze.

Una delle prime cose che noto sono i segni del tempo addosso a tutti i membri del gruppo, eccetto Ben Gibbard: lui non solo non sembra affatto scalfito dagli anni di carriera e da una vita in tour, ma è pure migliorato! Sarà forse il fatto che non sta fermo un secondo, si muove, corre avanti e indietro sul palco, saltella, sembra che il suo corpo non riesca a contenere la musica che ha dentro.

Le canzoni scivolano una dopo l’altra senza il minimo attrito. Come un meccanismo ben oliato, la band sul palco infila brani dall’ultimo disco sapientemente integrati in una scaletta che copre la loro intera produzione discografica. Passiamo attraverso Kintsugi, Narrow Stairs, Transatlanticism, andando indietro nel tempo fino addirittura a quella perla che è Photobooth, tratta da The Forbidden Love EP del 2000, uno dei primi segnali che nel Pacific Northwest, sotto alle ceneri del grunge, ancora ardeva una fiammella di speranza musicale.

Se con i brani da Thank You For Today il pubblico è timido e rispettosamente silenzioso, con le hit storiche come What Sarah Said, o I Will Possess Your Heart la sala si riempie di cori improvvisati, talvolta stonati, espressione di una partecipazione genuina ed incontenibile come l’energia sprigionata sul palco.

Soul Meets Body chiude la parte principale del concerto e mi ritrovo a pensare, ascoltandola, quanto i Death Cab for Cutie attraverso la freschezza delle loro composizioni, cantino un aspetto di Seattle diverso, rispetto a quello che è giunto a noi attraverso il grunge.

Nelle canzoni dei Death Cab for Cutie, c’è la freschezza della vita all’aria aperta, i boschi, il sole brillante che si specchia nel blu del Pudget Sound, l’attitudine filo hipster di una città che vuole togliersi di dosso la nomea di essere grigia triste e piovosa, cantata per anni in ballate cupe, disagio generazionale e rock ribelle chiuso in piccoli locali scarsamente illuminati.

Ben Gibbard rientra in scena da solo, chitarra acustica in mano, ed è il momento per, a proposito di leggerezza e solarità, I Will Follow You Into The Dark, delicata, malinconica ballata.

Anche il resto della band ritorna sul palco e c’è ancora tempo per altri tre pezzi prima di congedarsi da un pubblico estremamente caloroso per essere scandinavo.

Transatlanticism chiude con il suo crescendo travolgente un impeccabile concerto durato due ore.

Fuori piove ancora, ma adesso, con la musica dei Death Cab nelle orecchie e nel cuore, non mi importa più: chiudo gli occhi e faccio finta di essere a Seattle.

 

Testo: Francesca Garattoni

Foto: Joseph Miller

 

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