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Tinderbox • Day 1

Tinderbox 2018 @ Tusindårsskoven, Odense – Denmark // June 28-30, 2018
D A Y  1
La magia di un festival di mezz’estate si trova nel Tusindårsskoven, il bosco dei mille anni della città di Odense, e si chiama Tinderbox.
Pochi giorni dopo il solstizio d’estate, infatti, ha luogo da quattro anni a questa parte, il festival fratello del NorthSide di cui vi abbiamo raccontato qualche settimana fa: tre giorni di musica e sole — si, di nuovo! Incredibile!!! — e di notti in cui il tramonto si fonde con l’alba e quando guidi verso casa all’una, le due di notte, ti emozioni davanti alla bellezza del cielo ancora illuminato dal sole appena sotto alla linea dell’orizzonte. Una di quelle cose da rimanere incantati sempre, anche dopo anni di vita danese.
Ma torniamo al festival: primo anno per me, quindi esperienza nuova di zecca, e la prima cosa che ho notato è l’enormità dell’area su cui sorge. Da Wikipedia, il bosco si estende su una superficie di 74.000 metri quadri, su cui l’organizzazione riesce a mettere: due palchi principali, un palco secondario in un tendone da circo, un’area teatro dove si esibiscono commedianti danesi, un’enorme palco-castello-cattedrale gonfiabile con tanto di gargoyles — kitsch da morire ma azzeccassimo — dedicato alla musica elettronica immerso nel bosco, molto rave party vibe. Tutto questo corredato da stand di street food (ahimè non abbastanza per tutta la gente che c’era), bar in abbondanza, una collina attrezzata a tribuna per sovrastare l’intera area con champagne e gin tonic bar e zone relax con delle comodissime avvolgenti amache, perfette per un pisolino all’ombra tra un gruppo e l’altro. Ero già sfinita solo dopo il giro di ricognizione per guardarmi intorno.
In termini di sostanza, invece, il programma musicale è stato ricco, anche se non come il NorthSide, con una distribuzione bilanciata di gruppi danesi vs. non danesi, ma più disomogeneo in una scala popolarità-ricercatezza, con i due estremi identificabili in una rediviva Alanis Morissette e nel geniale Jack White; in mezzo, mostri sacri come Depeche Mode e Iggy Pop, ex ribelli rabbiosi, i Prophets of Rage, o giovani ma navigati animali da palco, gli Editors.
Mentre il primo giorno il festival ha snocciolato nomi come i Biffy Clyro — sotto al sole cocente davanti a ragazze con gli occhi a cuore per quel bellone di Simon Neil — Yungblud, Prophets of Rage, Iggy Pop e Depeche Mode, il secondo e il terzo giorno il numero di gruppi di richiamo internazionale si è abbassato un po’, soprattutto il secondo giorno con Alanis Morissette a fare da headliner non danese.
E’ invece il terzo giorno quello più atteso, anche se i nomi che mi fanno gola sono solo due: Editors e Jack White, ma bastano e avanzano per appagare orecchie ed occhi.
Finalmente arrivano le 23:05 di sabato, il palco rosso si tinge di blu ed è il momento che i buongustai musicali aspettano da tre giorni: Jack White.
Massiccio, riempie la scena con la sua musica e con il suo carisma, sette chitarre e tre microfoni solo per lui, un one man band a tutti gli effetti, polistrumentista geniale in grado di passare dalla chitarra alla batteria senza il minimo sforzo, dando il ritmo ai nostri battiti cardiaci a suon di grancassa. A sorpresa in scaletta c’è posto per tutte le sue varie identità, dai Raconteurs ai Dead Weather e pure per i White Stripes, che ormai suonano davvero come un passato remoto nella sua carriera.
Ah si, dopo di lui il festival ha svaccato completamente sfociando in una festa discotecara di altissimo livello con Tiësto: non ne capisco niente di EDM, ma sembrava roba davvero buona!
Un sentitissimo grazie a Charlotte e al suo staff per l’accoglienza calorosa e a John di Down the Drain per il gentile invito.

Foto: Francesca Garattoni

Depeche Mode
Iggy Pop
Prophets of Rage
Biffy Clyro
Yungblud
Bastille

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