Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Una Giornata con Imuri

Poco più di un mese fa, la riproduzione casuale di Spotify, mi propone una canzone, il titolo è: Duecento sigarette de IMURI ed è subito colpo di fulmine, un po’ come funziona con le persone. Ecco, a me funziona così con la musica ed è successo così con questa giovane band abruzzese composta da quattro ragazzi, che in un pomeriggio di inizio inverno hanno catturato la mia attenzione.

Dopo un po’ di ricerche, scopro che sta per uscire il loro album Chat Hotel per Garrincha dischi / Manita dischi, un disco che sin dalla sua data d’uscita (21 dicembre) non ha mai smesso di accompagnare le mie giornate. Imuri hanno un sapore diverso, innovativo sia nei suoni che nei testi, perché in loro c’è dell’estro, del non sentito e risentito, di capitoli di vita trasformati in testi capaci di farti andare a fondo.

Imuri vanno oltre “i muri”, le convinzioni e i limiti e non possono essere ascoltati in maniera superficiale perché di superficiale non hanno nulla. L’uscita del disco, precede di poco l’inizio del tour, organizzato e promosso da Vox Concerti.

La prima tappa è nella mia città: 19 gennaio al Bradipop Club di Rimini, ed è lì che ho un appuntamento con Lorenzo Castagna (cantante e fondatore della band) e con gli altri membri del gruppo: Antonio Atella, Valerio Pompei e Marco Fontana. Al mio arrivo i ragazzi sono alle prese con il sound check, ci presentiamo e aspetto che finiscano.

Un’attesa piacevole, perché è stato bello vedere quanto effettivamente un gruppo possa fare “gruppo” anche dietro le quinte.

A raggiungermi poco dopo è Lorenzo con il quale ho il piacere di sedermi per fare due chiacchiere. Ci accomodiamo sul divano e gli chiedo quelle che sono le mie curiosità.

 

 

 

Partiamo dal principio, dall’idea di dar vita ad una band: come nascono Imuri? C’è stato subito feeling o avete dovuto imparare a convivere e conoscervi pian piano?

Fare gruppo è come ricominciare ogni volta da zero, fino a quando non si trova un equilibrio. Ognuno di noi, singolarmente, ha sempre avuto una vita da musicista impegnata e avevamo già altri progetti con altre band. Io ad un certo punto nell’estate 2014, in una sera in cui mi stavo annoiando, non andai al mare ma rimasi in città e insieme ad un mio amico batterista, decidemmo di prendere un paio di birre e fare delle prove in sala, così senza impegno. Da lì abbiamo iniziato a muovere i primi passi. Post laurea ci siamo trasferiti a Berlino e abbiamo iniziato a scrivere il primo disco, successivamente sono tornato in Italia e lui decise di mollare. Io no e sapevo di un ragazzo bravissimo alla batteria che è Valerio e da lì abbiamo iniziato a lavorare seriamente per dar vita a questa band, abbiamo chiamato un bassista, perché ci siamo resi conto che il duo era un po’ povero, bassista che ha mollato a sua volta e poi è arrivato Antonio. Avere un gruppo è come una famiglia, è come un’azienda o una relazione e non è sempre semplice far combaciare sia gli impegni personali che le idee. Adesso però ci siamo stabilizzati anche con l’arrivo del quarto elemento, Marco, posso finalmente dire: ci siamo!

 

 

 

Per quanto riguarda la nascita dei vostri brani, viene creata prima la musica o il testo? E di solito chi è il più ispirato fra voi?

I procedimenti sono diversi, il vecchio stile di rinchiudersi in sala prove dopo aver partorito un’idea sulla quale poi si ragiona insieme, ognuno dice la sua e si costruisce insieme l’impalcatura del brano. Molto spesso succede anche che vengono portati brani già realizzati quasi per intero, quindi con una stesura completa, che può essere chitarra e voce o piano e voce e poi insieme si arrangia tutto il resto. Di solito comunque è il testo che si adatta alla musica, sia per un discorso metrico che onomatopeico, poi ci sono anche stati casi in cui ho scritto prima il testo e poi abbiamo pensato alla musica. Quello più ispirato sono io e sono sempre io quello che scrive.

 

 

Il vostro album è denso di stati d’animo e sentimenti che spaziano dal bene al male, dal positivo al negativo, da assenze a presenze, e lo avete anche definito un album-critica nei confronti di quest’epoca malata. Cosa inquina quest’epoca?

Questa è una bella domanda! Secondo me abbiamo perso molte cose e il fatto che abbiamo praticamente accesso a tutto, fa crollare automaticamente tutto. Da qui a 3 anni finiremo come in una puntata di Black Mirror, si è persa l’umanità, l’istinto, la spontaneità di ogni tipo di cosa, dai rapporti al fare musica. Si è abbassato tantissimo il livello dell’essere umano, dell’evoluzione stessa dell’umanità.

 

All’ascolto apparite fuori dai classici schemi pre-impostati tipici di una categoria piuttosto che di un’altra. Sentite di appartenere ad una categoria in particolare e come definite la vostra musica? Se ne avete una.

Ognuno di noi ha un’influenza, abbiamo un retaggio solido e vero, perché abbiamo suonato tanto e sempre in diversi contesti e situazioni e abbiamo vissuto la musica suonata per davvero ed è inevitabile che ci siano influenze varie: dal rock al blues. A tratti anche un po’ di quella “psichedelia” che ci piace molto, anche se man mano stiamo cercando di raggiungere una forma-canzone più fruibile, per dare un messaggio più chiaro perché è finita l’epoca delle cose strane e un po’ “malate”.

 

 

Secondo voi la musica è davvero un salva-vita capace di cambiare la vita delle persone? E quanto ha cambiato e sta cambiando la vostra?

La musica credo sia un’entità talmente potente, che fa da contorno e ci accompagna ogni giorno, in qualunque situazione di vita o momento di gioia e dolore. A livello lavorativo, si crea una sorta di rapporto di amore- odio. perché si tratta di dover tirare fuori sempre idee nuove ed è una lotta continua, soprattutto quando ti metti in gioco come in questo caso, che devi portare in giro il tuo prodotto e in qualche maniera convincere la gente che valga. La musica è come la poesia, è spietata: ti delude, ti fa stare a mille poi ti da le bastonate, ma stare senza è impossibile, io non riuscirei a smettere.

 

 

Un tour appena iniziato, anche se avete già avuto modo di esibirvi, se doveste descrivere le sensazioni post live, come le descrivereste? Alla fine cosa vi portate a casa?

Dipende dai contesti e ci sono casi e casi. A volte veniamo apprezzati di più, altre volte meno. Le sensazioni alla fine sono tutte positive, perché avere l’opportunità di fare quello che amiamo è già motivo di gioia, senza avere troppe aspettative, o meglio, è giusto avere ambizioni ma senza avere troppe pretese. È un equilibrio sottile. Non mi piace tirare le somme, cerchiamo di goderci al meglio ogni momento e dare sempre il massimo che abbiamo dentro da dare al pubblico.

 

 

E dopo aver assistito al loro live, non posso far altro che confermare quanto dichiarato da Lorenzo. Questi artisti sul palco riescono davvero a dare il massimo e fare del loro meglio. Sono solo all’inizio del loro tour, quindi consiglio a tutti di tenere d’occhio le date (in aggiornamento) per andare ad ascoltarli dal vivo, perché la loro musica merita.

La loro musica è vera ed è di quella musica suonata dopo prove su prove, quella che nasce dal sacrificio di tenere viva una passione e fare in modo che diventi anche qualcosa in più. Come un sogno che alla fine si realizza.

 

 

Testo: Claudia Venuti

Foto: Alessio Bertelloni

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