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Riccardo Sinigallia: a Cuore aperto

Abbiamo già raccontato della magia del live di Riccardo Sinigallia al Reowrk Club di Perugia, lo scorso venerdì 15 febbraio. Proprio per quell’occasione, qualche giorno prima, lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Appuntamento alle ore 16,20. E tanta emozione nell’ascoltarlo.

Attraverso la chiave delle sue parole, ha aperto un mondo. Un mondo che ruota attorno al suo ultimo disco Ciao Cuore, ai personaggi che lo abitano, alla luce speciale dei loro occhi. Un viaggio nella musica, nei progetti, nella passione e nella grande umanità del cantautore romano.

 

A distanza di quattro anni da Per tutti, lo scorso 14 settembre è uscito il tuo ultimo album che si apre con una sorta di “anti-manifesto”: << So delle cose che so e non ti posso spiegare, perché non esistono tutte le parole >>. Quanto la musica può essere d’aiuto nel trovare un canale d’espressione o almeno alcune di quelle parole?

Ohhh questa è una domanda nuova! E mi piace molto perché è effettivamente il motivo, o almeno uno dei motivi, per cui questi versi di Franco Buffoni, un poeta del nostro tempo, mi hanno colpito. Io vivo questo testo, quindi, un po’ da ascoltatore e un po’ da cantautore. Lavorando da tempo come scrittore di canzoni, ho realizzato quanto il rapporto tra musica e parole proponga sempre nuove profondità, nuove possibilità, nuove relazioni. Il quesito sui significati e sul rapporto tra la musica e il testo, anche solamente in relazione alle potenzialità che la parola e il pensiero lasciano da qualche parte, è un motivo di grande interesse. Ecco perché quel testo mi ha tanto colpito e ho voluto musicarlo. La musica può dare nuove interpretazioni, può cambiare dei significati rispetto a una parola o una frase. Può spostarli…e questo è uno degli aspetti del fare e scrivere canzoni che mi affascina di più.

 

Della musica fanno parte anche i “tempi pari”. In Bella quando vuoi sembrano essere personificati in coloro che affermano: “Niente paura e intende niente coraggio”. A chi ti riferisci?

È una constatazione. Ovviamente, non sono il primo a farla…arrivo trenta, quaranta anni dopo Pasolini. È la testimonianza contemporanea di quello che vedo intorno a me. Dell’omologazione, punto. Sia dei linguaggi che dei rapporti, delle attitudini delle persone nel quotidiano. I tempi pari sono un parallelismo tra i tempi della musica pop che sono divisi sempre solo in quarti, ottavi, sedicesimi, trentaduesimi e la modalità in cui molto similmente gestiamo e schematizziamo il nostro tempo. Tempo che non è più diviso in secondi, minuti, giorni, mesi, anni ma è anche schematizzato – oserei dire – da un punto di vista spirituale. Mettiamo ogni cosa al suo posto senza nemmeno più sorprenderci o addirittura evitando di sorprenderci troppo per non uscire da quei binari. Ed è quanto di peggio può succedere a un essere umano. Da musicista, è ciò che mi fa soffrire di più nell’ascoltare la musica del mio tempo.

 

E invece che prospettiva si scorge, “suonando per anni a testa in giù”?

“A testa in giù” può assumere un duplice significato. Da una parte, indica il guardare per terra… quindi una specie di rassegnazione. Potrebbe, però, anche indicare un ribaltamento, una rivolta rispetto a questa rassegnazione. C’è anche una terza interpretazione che, in qualche modo, si avvicina alla prima. In questi ultimi anni, la fortuna del nostro paese ha sempre privilegiato un certo tipo di omologazione, come dicevamo prima. Invece, chi ha intrapreso una ricerca nella fragilità o nel fallimento è sempre stato obbligato a portarla avanti a testa in giù. Come di nascosto, chiedendo permesso. Sempre con quella sfumatura di criminalità, di vergogna e dovendo giustificare l’utilità di tutto ciò. È la ricerca, però, ad essere alla base di ogni scoperta, supponendo anche il fallimento e l’errore. È fondamentale che l’uomo ricerchi e non tenti soltanto di essere produttivo.

 

Protagonista dei tuoi brani, tanto da apparire nel titolo del disco, è il cuore (Ciao cuore, A cuor leggero). Quante e quali sfumature assume per te questo termine anche così “tradizionale” all’interno del panorama musicale italiano?

In realtà, lo uso esattamente per come è sempre stato usato nella tradizione italiana e non solo. È un simbolo che racchiude la mia orgogliosa rappresentazione del soul, di una musica che venga dalla semplice espressione di ciò che si è e della ricerca di sé, prima di ogni ragionamento o possibile utilizzo. Il soul romano è perfettamente sintetizzato in due parole: Ciao Cuore. Un saluto che può essere di benvenuto, di arrivederci o di addio. E il cuore che rappresenta il soul, l’anima.

 

In riferimento al tuo metodo di comporre canzoni, tempo fa, in un’intervista, hai dichiarato che non riesci a scrivere partendo da tematiche o da un evento storico. Come è nata allora Che male c’è, dedicata a Federico Aldrovandi?

Ho scritto quella canzone quando Valerio Mastrandrea mi ha portato due pagine su quella vicenda. Quella concretezza di cui parli non viene da me ma da una richiesta di Valerio. Poi ho lavorato sulle due pagine con il mio metodo tanto che nel brano non ci sono dei riferimenti così precisi alla vicenda. Ma se uno sa che parla di quello, ci si trova catapultato dentro. Io non riesco tanto a scrivere su un argomento…e non è nemmeno una cosa che mi va tanto di fare. Non vivo la canzone con un obiettivo giornalistico, come un’inchiesta. La vivo come una dimensione a sé che mi permette di aprire un varco spazio temporale in cui la realtà c’è ma solo come punto di riferimento.

 

In Dudù e Backliner delinei due figure “umili” che ho collegato, in ambito letterario, ai Vinti di Verga. Coloro che si accendono quando le luci si spengono. Che insegnamenti e che segreti possono svelarci?

Voglio citare, a riguardo, una frase di Giannino Ferretti della canzone In viaggio: “Viaggiano i viandanti, viaggiano i perdenti. Viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti”. Questo verso mi ha sempre colpito molto perché anche io tendo a privilegiare in maniera naturale, sia quando scrivo che nelle relazioni, le persone che hanno negli occhi il racconto di chi non emerge. Vedo sempre una luce diversa nei loro occhi. Li trovo più interessanti rispetto agli “adattati”. Mi affascina raccontare quelle persone. Poi… non si sa mai eh…magari un giorno scriverò una canzone su Totti!

 

Tutti i personaggi del tuo album appaiono, uno dopo l’altro, sia sulla copertina che nel videoclip di Ciao Cuore, trasformandolo nel trailer che riassume il progetto. Come nasce questa attenzione per l’aspetto più figurativo e più visivo della musica?

Alla fine del disco mi sono dilettato sull’aspetto iconografico e visivo delle canzoni. Ho capito che sarebbe stato possibile simboleggiare ogni brano attraverso una persona, un oggetto o un personaggio. Quello che viene fuori è un ritratto di famiglia, la famiglia allargata di Ciao Cuore. A quel punto mi sono divertito a rappresentare la figura della rockstar decadente, quasi un Keith Richards romano, interpretata da Valerio Mastrandrea nel video e in cui io mi identifico. È nato tutto in modo molto naturale ed è stato divertente.

 

Il sound del disco è un mosaico di molte influenze: dal blues all’elettronica, dai ritmi tribali a un’impronta cantautoriale che dà ampio spazio alla linea vocale. A quali ascolti o a quali generi ti sei ispirato?

È la naturale evoluzione del lavoro di ricerca che ho fatto in questi anni, in cui mi piace moltissimo lavorare in editing e in fase di rimescolamento della forma-canzone e del suono dal punto di vista strutturale e compositivo. Invece, per quanto riguarda la voce, avevo voglia di essere molto asciutto e concreto. Mi sono mosso su questi due livelli: un editing anche feroce nella parte “climatica” e sonora, mantenendo sempre il testo perché non volevo che si perdesse niente. Per me il testo è centrale. Non vuol dire che non lavori sperimentando effetti sulla voce o che non l’abbia fatto altre volte anche in maniera preponderante. Su questo disco, però, mi interessava essere più assertivo nella parte vocale.

 

E ti senti più produttore o più cantautore?

Non separo molto i due aspetti. L’idea di me come produttore si è creata negli anni, avendo lavorato a dischi di altri artisti. Io non faccio questa distinzione. Per me la parte preponderante sta nella relazione tra il lavoro sonoro e le parole. Vive lì in mezzo l’aspetto che mi interessa di più, quello che cerco. E che non sta né nella produzione fine a se stessa… che anzi mi infastidisce… o nel testo e basta. Ma è sempre nell’insieme.

 

Per l’ultima domanda, cito un tuo verso: “Ho cercato tanto la felicità, al limite dei sogni, per un’eternità”. Oggi, l’hai trovata?

Credo che non sia tanto rilevante per me immaginare, cercare o pormi l’obiettivo di essere felice quanto accorgermi di essere felice. Questo è il lavoro che sto facendo perché è la cosa più complicata. La rivelazione arriva quando ti accorgi che stai attraversando un momento di felicità. E godere di quell’attimo è molto complesso per noi occidentali. Da questo punto di vista, dovremmo intraprendere proprio un percorso di ascolto interiore e rispetto a quello che c’è intorno a noi. Perché quando ti accorgi della felicità, sei veramente felice.

 

Laura Faccenda

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