Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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La Rappresentante di Lista: siamo porti aperti, come esseri umani

Due artisti: Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina. Una band, in continua evoluzione: La Rappresentante di Lista. A pochi mesi dall’uscita del loro terzo album, li abbiamo incontrati in occasione della data al Bronson di Ravenna. Seduti sul divano nero della hole, vicino al banchetto del merchandise e alle maglie dei Go Go Diva issate a bandiera, ci siamo avventurati nel loro mondo.

Un progetto di ricerca, senza confini, senza definizioni. La sinergia tra musica, teatro e racconto empatico del presente. Uno sguardo al femminile che si espande ad una visione universale dell’uomo, protagonista assoluto nei suoi tratti più solitari, nelle relazioni più complicate e nella possibilità di agire, di fare la differenza.

 

Iniziamo con Go Go Diva, il vostro terzo album uscito lo scorso 14 dicembre. Il titolo rimanda alla figura di Lady Godiva che cavalcò nuda per le vie di Coventry. Come si inserisce questo personaggio nella vostra musica?

VERONICA: Devo dire che il personaggio di Lady Godiva è arrivato dopo, quando avevamo scritto gran parte delle canzoni se non addirittura tutto l’album. Eravamo nella fase della ricerca del titolo e, questa volta, brancolavamo nel buio. Una notte, mentre io ero in Toscana e Dario a Palermo, c’è stato uno scambio di messaggi su Whatsapp per cercare un titolo che potesse racchiudere l’essenza dei brani. Un filo conduttore e, allo stesso tempo, un richiamo e una sorta di prosecuzione di Bu Bu Sad, il titolo del nostro secondo album, che ci ha sempre affascinato e divertito. A un certo punto, ho nominato Lady Godiva e Dario, avendone già sentito parlare, mi ha chiesto di raccontagli qualcosa in più. Continuando nel discorso, ci siamo accorti che sarebbe stata una protagonista perfetta. Il marito le lanciò una sfida: “Io tolgo le tasse, se tu corri nuda per il paese”. E lei la accetta, lo fa. Tutte le tematiche che noi tentavamo di sviscerare, erano contenute in quel gesto.

DARIO: Ci sono il corpo, la femminilità, la nudità, l’atto politico, lo scendere in piazza in un unico collettore.

 

Questo corpo apre la tracklist ed è stato lanciato come primo singolo. Sia il testo che il video sono a forte impatto “fisico”, appunto. Come è nata la canzone?

V: La canzone è nata a Barberino del Mugello, nel 2017. In quel periodo, io, Dario, Marta ed Erika vivevamo in una casa molto bella, accogliente, tra la campagna e la montagna. Avevamo tutto lo spazio per creare, per suonare, per provare. Una mattina, sono andata a correre. Sentivo che dentro di me c’era qualcosa che si stava muovendo, che era in fase di rielaborazione. Sono tornata da quella corsa con un lunghissimo audio registrato sul telefono e gran parte di quell’audio è diventato poi il testo di Questo corpo. Lo abbiamo sistemato tutti insieme, essendo, all’inizio, più un racconto nato da una sensazione viscerale, da un’urgenza che avevo percepito. Allo stesso tempo, combaciava con un argomento che spesso toccavamo: la necessità fisica, di movimento, di istinto primo.

D: L’idea del video è arrivata come rielaborazione ancora successiva e, in questo, ci ha aiutato la regista Manuela Di Pisa. Volevamo raccontare i due aspetti della femminilità. Da un lato la diva, in collegamento con il titolo Go Go Diva appunto, e quindi la rappresentazione di Veronica nel suo essere cantante e artista. Dall’altro, l’intimità, la nudità, l’istinto quasi animalesco, grottesco, nelle scene di primo piano e in quelle in cui si vede la vasca da bagno.

 

 

E rispetto al tema della nudità o del corpo inteso nella sua accezione più fisica… Quanto, secondo voi, la musica è ancora incatenata da determinati taboo?

D: Ce ne sono ancora tantissimi! Più che taboo, ci piace parlare della dittatura di un certo tipo di lessico che riguarda la donna, l’amore, le relazioni. È come se, negli ultimi anni, il racconto delle relazioni d’amore di qualsiasi genere sia sempre stata univoca. Ecco, è come se nella musica italiana ci fosse una sola visione del rapporto tra uomo e donna, donna e donna o uomo e uomo che sia…

V: E la concezione univoca è anche estetica… dopo l’uscita del video di Questo corpo, oltre ai commenti che si leggono direttamente sotto, su Youtube, ne abbiamo ricevuti altri… le persone rimanevano sconvolte dalla presenza di alcune parti del corpo messe in evidenza. Tipo la lingua, il gesto di mostrare la lingua.

D: In una modalità non usuale, magari. Penso a tanti video dove appare la ragazza “indie” che lecca il gelato…allora lì va benissimo. Invece a noi molto hanno comunicato questo effetto “disturbante” della lingua. E non abbiamo mai avuto l’intenzione o lo scopo di essere provocatori o disturbanti, tra l’altro!

Un aggettivo, forse l’unico, attraverso cui vi definite è “queer”. Che sfumature assume nel vostro contesto?

D: È una parola che abbiamo preso in prestito dall’ambito dell’identità di genere. In passato, in Inghilterra, veniva affibbiata, in modo dispregiativo, agli omosessuali. La comunità LGBT, invece, ha prelevato questo termine e lo ha reso proprio, con la traduzione di “strano”. È diventato un po’ una bandiera. Quando una volta ci è capitato di leggere la definizione di “queer”, che è, appunto, oltre il genere, strambo, non classificabile, fluido…ci è sembrato perfetto per delineare il nostro genere musicale. Ci siamo spostati dal genere sessuale al genere musicale. Riscontrando sempre difficoltà nel rispondere alla domanda sul “genere” della nostra musica, non essendo né punk, né rock, né funky, né it pop, né indie…abbiamo iniziato a rispondere: “Facciamo musica queer”.

 

 

In Bu Bu Sad cantavate Siamo ospiti. Come collegati da un filo rosso, i pezzi del nuovo disco sono stati scritti mentre eravate ospiti di località tra la Toscana, la Sicilia e il Marocco. Come si è sviluppato il processo creativo?

V: È stato un processo che ha toccato vari luoghi. Siamo stati per un periodo in Marocco e lì abbiamo iniziato ad accogliere le prime ispirazioni e a scrivere le prime frasi delle canzoni. Ci siamo concessi anche una pausa per pensare, per fermarci totalmente e seguire il tempo di un altro paese. Abbiamo raccolto tutto e lo abbiamo portato a Palermo, dove sono stati inseriti su un foglio Word gli appunti, le note, le idee, gli stralci di diario, i file audio registrati in giro. Pezzi di un puzzle che venivano rimaneggiati a vicenda… fino a che le canzoni sono uscite da sole, si sono composte. Quando rileggevamo, trovavamo dei discorsi compiuti. C’è stato quasi un atto magico, in questo senso.

D: Se Bu Bu Sad l’abbiamo scritto interamente a Palermo, in un luogo molto specifico, soffrendo anche di una sorta di “imposizione” che avevamo avvertito nello scrivere – nonostante sia stato un disco molto fortunato e che amiamo alla follia – per questo album non ci siamo dati un limite di tempo nella lavorazione. Abbiamo avuto, così, la possibilità di spostarci tra la Toscana e Milano, luogo in cui è stato registrato. Nel comunicato stampa è anche inserita la città di Copenaghen, perché Davide Rossi ha lavorato sugli archi proprio da lì. Ci ha sempre affascinato l’idea che fosse un album nato in vari luoghi.

 

Il nome La Rappresentante di Lista richiama l’ambito elettorale. Quale ruolo può ricoprire la musica e, soprattutto, la vostra musica nell’attuale panorama politico e sociale?

V: Qualche tempo fa, ero rimasta colpita da una frase di Bob Dylan secondo cui il musicista deve essere specchio della società. Inizialmente, il concetto mi era sembrato molto giusto e aderente anche al mio operato. Poi, con Dario, abbiamo riflettuto su questa affermazione …e, per carità, non è che non sia giusta… Ma abbiamo compreso che noi non vogliamo essere didascalici rispetto alla realtà dei fatti. Non ci piace descrivere quello che avviene in modo quasi pedante. Vogliamo, invece, dare una visione altra della realtà, partendo da quello che c’è e tentando di guardare un po’ più avanti. Dare la possibilità al pensiero di chi ascolta le nostre canzoni e le nostre parole di non fermarsi lì. Far sì che un nuovo processo venga avviato da alcuni spunti. Vogliamo lasciare un dubbio, una domanda da poter sviscerare ulteriormente. È dare un appiglio per una speranza, una presa di posizione, uno sguardo al futuro.

D: Non è obbligatorio che un artista si esponga a livello politico ma non deve essergli negata la possibilità di farlo. Un discorso politico da parte di un artista diventa davvero efficace quando entra all’interno del proprio linguaggio. Noi abbiamo un modo ben preciso di scrivere, di parlare, di stare in scena ,di comunicare sui social e con i fan. Se all’interno di questo modo di essere La Rappresentante di Lista riusciamo a veicolare un pensiero riguardante i porti aperti o temi politici quotidiani, allora significa che è coerente con la nostra natura di essere artisti.

 

Laura Faccenda

 

 

 

Foto: Luca Ortolani

Foto Copertina: Claudia Pajewski

 

Grazie a Big Time

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