Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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C’mon Tigre @ Bronson

Signori, in carrozza. Si parte!

Assistere ad un concerto dei C’mon Tigre è come partire per un viaggio. La meta è sconosciuta, ma quello che è certo è che farà tappa a Ravenna. Da un po’ tempo ormai desideravo un concerto in un club, intimo e fumoso. Al Bronson trovo quello che cerco. È l’ultima data del loro tour, partito a Febbraio da Bologna, e nonostante abbia già ascoltato con attenzione i loro due album, non so bene cosa aspettarmi da questa serata.

Quando salgono sul palco la sala è piena. I C’mon Tigre sono un duo. Ma sul palco sono in sei, tutti musicisti.

Si parte con Gran Torino, irregolare e spezzata, e subito intuisco che il sortilegio è stato lanciato. Le luci tagliano il palco in inquadrature cinematografiche, i musicisti escono dall’ombra e ci rientrano. Pur rimanendo fermi, sono in movimento perpetuo. Anche visivamente, e non solo nei suoni, il loro è un concerto liquido.

Guide to Poison Tasting è un pezzo sensuale. La musica dei C’mon Tigre è perfetta per fare l’amore. Non solo con un uomo o una donna, ma con il mondo intero.

Si attraversa in nave il Mediterraneo. Si percorre a dorso di dromedario la Via della Seta. Ci si perde in un mercato marocchino. Le atmosfere sono da muretti a secco, da kasbah. I loro suoni fanno da colonna sonora a un miraggio nel deserto, allargano gli orizzonti. E in questi tempi bui, di porti chiusi e menti blindate, ce n’è davvero bisogno.

Penso che, forse, un concerto come questo sarebbe stato utile prima. È un grande omaggio al Mediterraneo. Tra un fiato e una percussione tribale sembra quasi di sentirlo, l’odore delle spezie, e sono certa che questo immaginario profumo d’incenso arrivi alle narici di ogni singolo spettatore del Bronson.

808 si espande e riempie la sala. E’ una partita a calcio, giocata da un gruppo di ragazzini a piedi nudi sulla sabbia, una lunga marcia di elefanti. I suoni dei C’mon Tigre non hanno niente a che fare con l’occidentalissima musica a cui abbiamo abituato le nostre orecchie. Sono suoni stranianti che sfuggono a qualunque etichetta. Attraversano i generi, da una costa del Mediterraneo all’altra, appunto.

In Underground Lovers le parole vengono ripetute all’infinito come un mantra. I bassi sono profondissimi, le percussioni fanno vibrare lo sterno. I fiati hanno il sapore della nostalgia di qualcosa che non ho mai visto. Ma che adesso sembra mancare terribilmente. È faro che accoglie una barca nel porto. I suoni sono deformati, allargati, espansi fino all’estremo. Le ritmiche sono sincopate, irregolari.

Paloma suona sexy. C’è molto miele. E, come con il miele, questi suoni ti si appiccicano alle dita.

Sembra di essere in una balera post atomica. Tutto è andato distrutto dopo la Terza Guerra Mondiale. E’ rimasta solo la memoria. Le radici, o le Recines, come il titolo del loro ultimo album.

Mi volto e vedo diverse persone nel pubblico con gli occhi chiusi. Perché è così che succede. Si inizia a muovere un piede, per tenere il ritmo delle percussioni, si alza e si abbassa una spalla e ci si ritrova con gli occhi chiusi, a perdersi in questi suoni che esplodono. I C’mon Tigre sono gli incantatori di serpenti. Merito anche dei suoni ripetitivi, che ipnotizzano. Durante il concerto si toccano le frange della serata da club, ma sempre con enorme eleganza.

L’ultimo pezzo è tra quelli più conosciuti. Parlo di Federation Tunisienne De Football. Già dalle prime note in sala si avverte l’entusiasmo. La chitarra e le percussioni danno alla canzone un bel tiro, addirittura superiore alla versione album. La gente è felice.

La sensazione che ho avuto, brano dopo brano, è che il pubblico voglia sinceramente bene ai C’mon Tigre. E non è difficile capire perché. Sono generosi e offrono la possibilità di assistere a un concerto davvero insolito, nel panorama italiano. Con suoni che difficilmente sarà possibile ritrovare altrove. Impossibile dare una definizione a quello che ho visto.

Un concerto funk? Jazz? Soul? Afrobeat? Difficile dirlo. Ma non mi hanno mai interessata le didascalie, sono per gente di poca fantasia.

Al termine dello spettacolo il gruppo raggiunge il fronte del palco e si inchina davanti al pubblico.  I musicisti ringraziano, si abbracciano, la gente applaude. Questa è l’ultima data, come dicevo, e si festeggia.

Stappano qualche bottiglia di vino, riempiono i bicchieri, se li passano tra loro e alle prime file. Anche a me, brindiamo insieme.

Alla vostra ragazzi, e bon vent!

 

Daniela Fabbri

 

 

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