Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Kurt Cobain, 25 anni dopo

Esterno, giorno.
Varazze, Liguria.

Marzo 1994

“I Nirvana scrivono roba pesa, ma nell’ultima riga c’è quasi luce”.

Andrea mi telefonava quattro volte in un anno.

“C’è d’onda”, mi diceva. Era un richiamo, era una convocazione a un rito pagano tra maschi adolescenti.

“C’è d’onda fino a lunedì”. E così il sottoscritto il sabato entrava nel suo liceo classico con la valigia.

Poi treno, poi Varazze, poi onde. La sera birra e paste scotte e soprattutto una montagna di parole, finché all’alba si tornava in acqua. Quel weekend di Marzo, domenica mattina Andrea esce dall’acqua, mi raggiunge sul molo e con un sorriso irripetibile mi annuncia che aveva capito, i Nirvana scrivevano “cose sensate”.

Era così, lui, ci rimuginava. A scuola ci andava per far contenta sua madre, ma apparteneva a quella schiera di persone intelligenti e refrattarie al programma ministeriale. Parlavamo di Shakespeare, degli Who, di Sturm und Drang e Sonic Youth. Lui masticava cose nuove, le digeriva nella notte e poi l’indomani ruttava sentenze. Eravamo opposti e inevitabilmente attratti.

Se a sedici anni due maschi diventano amici lo saranno per sempre. Goonies quasi automuniti.

I Nirvana erano argomento di discussione tra di noi, e furono l’argomento di una delle più belle chiacchierate della mia vita, arrivata sotto un cielo stellato l’estate successiva. Eravamo ubriachi, belli come eroi greci, pieni di paura e con un bisogno infinito di un pilota per il viaggio verso l’età adulta.

 

 

Segnali.

A volte bisogna prevenire, o istintivamente agire per tempo. I segnali erano lì, alla luce del sole.

Ho ritrovato Bleach, un oggetto mistico, in formato cassetta, comprato dopo Nevermind, in un atto filologico che si rivelò un pugno in pancia. A dirla tutta avevo appena ritrovato tutte le cassette dentro una scatola rimasta chiusa come una capsula del tempo dopo l’ultimo trasloco.

E’ stato un salto mortale all’indietro nei primi anni ‘90, ma senza particolari momenti di malinconia o nostalgia. Quelli sì, sono arrivati pochi giorni dopo quando, inspiegabilmente, mi ritrovo il diario del liceo del 1994. Otto aprile, pagina nera.

E lì realizzo che il destino, come le donne della mia vita, si era dovuto impegnare per farmi comprendere qualcosa. Mi sarebbe arrivato uno tsunami di ricordi che avrei voluto volentieri tenere sepolti e invece.

E invece succede che venticinque anni dopo, forse, è giunto il momento di fare pace con te, Kurt Cobain.

Scrivere è catarsi, scrivere ti farà bene, mi dico. Ma sì, devi elaborare il lutto, mi dicono. Che poi questa storia di elaborare i lutti io davvero non la comprendo. Magari lo faccio a mia insaputa, elaboro a mia insaputa. So che sono passati venticinque anni dall’ultima volta che ho ascoltato per intero, per bene, dall’inizio alla fine, Nevermind.

Quindi, cuffie in testa, motori accesi, pronto a salire in sella alla più grande madelaine mai preparata. Ho la speranza che a forza di pensarci e di girarci attorno, come un derviscio in camicia da boscaiolo, io possa cadere in trance e tornare a quell’inizio aprile, per completare la mia missione.

 

 

Esterno, notte
Barrumba, Torino
ore 01.30 am

Ho appena percorso la scalinata del locale senza toccare gli scalini. Nonostante i miei 184 centimetri il buttafuori mi ha elevato al cielo, come cime ineguali, sparandomi nella neve fuori del locale.

Ballavo. Strafatto di Radiohead, Rage Against the Machine, Alice in Chains, Pearl Jam, Nirvana e, ammetto, un pò di alcool. Mi ha fregato Plush degli Stone Temple Pilots, stavo pogando, mi dicono, contro il buttafuori in persona, il che, in effetti, è disdicevole.

Ho scoperto la musica, questa musica, perché come spalla dei Guns, a Torino, vennero chiamati i Faith No More e i Soundgarden.

E fu un’epifania divina. E fu l’inizio di un amore infinito. E fu allora che Kurt Cobain, per primo, guardando dentro un obbiettivo fotografico, guardando dentro una generazione, sembrò dirmi “ma sei veramente sicuro di capire quello che vi sto dicendo?”.

Il cosiddetto grunge (facciamolo una sola volta, adesso, di nominarlo, poi smetto, prometto), aveva una caratteristica che mi affascinò: diceva cose terribili, con giri di chitarra epici. In generale gli artisti di quegli anni si erano finalmente tolti la maschera e cantavano, letteralmente, della loro imperfezione.

Erano infanzie atroci finite in liriche, erano tossicodipendenze molto meno intellettuali di quelle degli anni settanta. Dal superomismo, al supermachismo si era arrivati a un rock di antieroi.

E l’antieroe, più umano e più reale, porta a un livello superiore l’immedesimazione, si alza il grado di empatia. Kurt e soci cantano di quanto ognuno di noi fosse legittimato a sentirsi inadatto al mondo, alla famiglia, alle aspettative sociali. E’ come un nuova rivoluzione, in cui l’attrito non è più intergenerazionale, qui la frizione è all’interno della generazione stessa.

Un adolescente, davanti a questa visione, abbraccia Kurt con le lacrime agli occhi.

Ma.

 

 

Interno, giorno
Torino, venerdì
8/4/1994

E’ la televisione a dirmelo. Asettico. Dio, era così prevedibile che già esisteva un “coccodrillo”. Un mese prima, a Roma, ci aveva provato. Solo che finché non succede pensi che possa non succedere. Speri che una persona che ha saputo mettere in versi un malessere così vero, profondo e universale abbia gli strumenti per gestirlo, per tenere lontano tutti i demoni evocati dalla propria arte. E invece no, come un golem senza controllo, creato dalla potenza delle parole, arriva la morte.

Smemoranda. Pagina nera, ritagliai una piccola foto da una rivista di musica. Quella fu la mia lapide per lui, senza epitaffio. Nevermind, In Utero, Bleach, Incesticide, finirono in un cassetto. Tutto il senso di quelle parole erano offuscate dalla mia rabbia.

Suona il telefono.
“C’è d’onda”.
“Andrea, Kurt si è sparato in faccia”.
“Lo so, per questo c’è d’onda”.
Torino era la mia Seattle. Grigia, bagnata, vibrante di musica nelle cantine. La musica non la lasciai, ma odiavo i Nirvana perché mi sentivo tradito, mi avevano dato la benedizione per essere imperfetto e poi…

E poi capii cosa aveva portato un tossicodipendente a spararsi. Lessi, mi informai, pendevo dalle labbra dei suoi amici sopravvissuti. Anche se, negli anni seguenti, Seattle si trasformò in una Spoon River. Prima di Cobain ci fu Andrew Wood, dopo di lui quasi tutti, in anni diversi.

Staley, Hoon, Weiland, Cornell. Altri entravano e uscivano dalle cliniche per disintossicarsi. Cosa ci poteva essere di buono in gente così? Dove stava la coerenza tra il messaggio e l’artista che questo messaggio lo aveva non solo creato, ma poi cantato al mondo intero?

Kurt Cobain scrisse, nella sua lettera di addio che è meglio ardere in fretta piuttosto che spegnersi lentamente. Mi piace ancora adesso leggerla come l’ultimo atto di autoindulgenza, l’ultimo tentativo di dare un senso a quanto era successo. Faceva musica per sentirsi libero. Era musica di libertà, diceva. Dopo Nevermind questo non fu più possibile.

Guardandosi allo specchio credo non abbia più trovato la stessa intenzione, la stessa empatia o, semplicemente, lo stesso naso.

Sospesi il giudizio. Era inutile, imparai ad accettare che alcuni eventi esulano dal controllo o dalle proprie speranze. Anzi, ne trassi una morale che mi servì pochi anni dopo.

All’ennesimo “bisogna essere forti”, capii che invece no, non bisognava essere forti. Bisognava aprirsi al mondo, proprio in quel momento di dolore planetario e generazionale. Bisognava mollare la presa, far cedere le mandibole serrate, cercare l’empatia e allargare le braccia in cerca di abbracci.

Fu esattamente l’opposto. La morte di Kurt Cobain fu un passo in avanti verso l’essere adulti. Fu un insegnamento doloroso, ma così carico di significati che ci ho messo anni, letteralmente, a digerirlo. E fu triste, perché fu un addio.

Come una supernova, esplose. La sua polvere resta ancora oggi in quasi tutta la musica che ascolto. Ne nacque una galassia di artisti liberi di cantare un nuovo umanesimo, spostò l’obbiettivo dell’epos musicale degli anni novanta, lo fece restando fin troppo coerente col messaggio che portava, ma indicandoci, forse, anche la via più sicura per non seguire i suoi ultimi, sbagliatissimi, passi.

Non rimaneva altro che fare un bel respiro, voltare la testa al futuro, convincere i piedi a fare lo stesso e rimettersi in cammino.

Ma sì, dopo tanti anni, posso fare pace con te, Kurt.

 

 

Andrea Riscossa

Foto di copertina: Jeff Kravitz/FilmMagic

 

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