Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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BIRØ – Episodio 3

Ecco il terzo episodio scritto da BIRØ, cantautore classe 1990 originario di Varese.

Il suo “Capitolo 1: La Notte” (Vetrodischi) è un progetto che mira a coniugare testi propri della tradizione cantautorale italiana con la musica elettronica per raccontare storie attraverso musica e parole. I suoi brani raccontano eventi legati tra loro e come le pagine di un libro seguono uno sviluppo cronologico.

“Capitolo 1: La Notte” è la storia di un uomo che analizza le sue ossessioni, le sue paure e i suoi vizi, ma anche le proprie gioie e fortune, il tutto grazie ad uno stile narrativo personale. Tutti i brani sono ambientati in un’unica notte e questo spazio temporale diventa il filo conduttore tra una canzone e l’altra: i toni crepuscolari dei testi di BIRØ trovano nella commistione tra cantautorato ed elettronica un compagno perfetto per questo viaggio che dura fino all’alba.

Dopo la pubblicazione di “Incipit”, il suo primo EP ufficiale, BIRØ si è fatto conoscere al grande pubblico con un fortunato tour che ha avuto appuntamenti importanti come il Mi Ami 2017 e il Collisioni Festival riscuotendo ottimi feedback di pubblico e critica, candidandosi di diritto quale nome su cui puntare per il futuro.

Biro ci racconta, attraverso tre racconti brevi e inediti, il significato delle sue canzoni in maniera più ampia.

Il racconto è come un’espansione dell’universo narrativo del personaggio protagonista del disco. Mentre nel disco vengono presi in dettaglio certi punti e aspetti, nel racconto questi dettagli vengono messi sotto la lente d’ingrandimento.

La necessità era quella di raccontare il punto di vista del protagonista a partire soprattutto dalla sua solitudine e dalle sue dipendenze. Il disco sicuramente fa ben capire questi aspetti e penso riesca a riportarne una chiara immagine, mi sembrava che però ci fosse l’esigenza di spiegare anche il perché lui si sia ritrovato, le cause e le circostanze. E magari quali potrebbero essere le sue prospettive.

 

Buona lettura e correte ad ascoltare il suo album!

 

3 EPISODIO

 

Suono il citofono. Chi me l’ha fatto fare? Perché?
Potevi evitare di fermati a berne un paio prima di arrivare qui.

Sono già brillo e una volta superata la soglia so già che mi butterò a capofitto sul banchetto degli alcolici.

Potresti anche cercare di fare conversazione anziché presentarti ogni volta in queste condizioni.

Che poi con chi parlo? Non parlo con nessuno in ufficio figuriamoci in una situazione così.
Oltretutto saranno tutti ben vestiti, io sono qui con una bottiglia di vino presa in offerta e una camicia che ho stirato seguendo un tutorial di You Tube. Non è nemmeno la più bella che ho. Lei me ne avrebbe dette di tutti i colori, mi avrebbe detto…

Non ci pensare.

Ma che importa? Non ha più importanza lei cosa avrebbe detto.

Guardo nel mio pacchetto di sigarette e constato che ho tredici sigarette in tutto. Tredici. Ne ho fumate tre solo da casa a qui. Non riuscirò mai a sopravvivere.

E’ come la storia della bicicletta.

Mi viene in mente quella storia di Pierino e della bicicletta.
In sostanza Pierino vuol chiedere in prestito la bicicletta a Gianni, il suo vicino. Mentre imbocca vialetto per andare a casa di Gianni comincia a pensare che gli verranno fatte mille raccomandazioni, che le gomme sono appena state gonfiate, che la catena è nuova e che è un ricordo, e che deve trattala bene, di chiudere bene il lucchetto ecc ecc
Così quando arriva a citofonare il vicino si affaccia e tutto quello che Gianni riesce a dirgli è: “Senti Gianni, vaffanculo te e la bicicletta”. E se ne torna a casa.

Ecco, io mi trovo nella situazione: “Vaffanculo te e la tua festa, io me ne torno a casa”.

Sei proprio uno stronzo.

Si, sono uno stronzo. A parte il fatto che avranno messo dell’impegno per organizzare la festa, in fondo il matrimonio dovrebbe almeno essere uno dei momenti di massima felicità per un uomo e io invece me ne sto qui come se non me ne importasse nulla. Anzi, non me ne importa proprio nulla. Io vado con camicie stropicciate alle feste eleganti.

Ad ogni scalino sento il naturale impulso di voltarmi e andarmene, mi dico che sono ancora in tempo, che possono fare tranquillamente a meno di me ma come è ovvio che sia mi trovo davanti alla porta dell’appartamento. Un coglione tutto agghindato mi apre la porta con un sorriso smagliante.

Vaffanculo te e la tua festa        
“Ciao! Come va? Auguri, ho portato una bottiglia di vino non so se…”

“Oh grazie mille, sei stato gentilissimo!”
Hai visto? Sei riuscito ad essere gentile, ti sei presentato proprio come un ometto

“Vuoi qualcosa da bere?”

No grazie, sono a posto

“Volentieri!”

Bravo, bevine ancora quattro o cinque che diventerai l’anima della festa.

Certo che non è il mortorio che pensavo, in sottofondo sta suonando qualcosa che sembra musica da ascensore che si mescola al chiacchiericcio degli invitati, ciò nonostante l’atmosfera sembra molto vivace. Noto un gruppo di colleghi del reparto grafico intenti a parlare tra di loro, uno mi guarda e alza la bottiglia di birra come a proporre un brindisi accompagnato da un flaccido sorriso. Poi ributta la testa nella conversazione.
Testa di cazzo.

Non è che puoi pretendere…

E basta che cazzo, stai zitta pure te.
Chiedo e mi informano che per fumare bisogna uscire sul balcone. Raccomandano di usare il posacenere.
Tutto quello che ho sono tredici sigarette, tasto le varie tasche della giacca in cerca dell’accendino.
Passo due dita sul livido ingiallito ma ancora decisamente gonfio.

Solo ora mi rendo conto di che immagine potrebbe essersi formata questa gente di me. Uno che non parla mai con nessuno, che tendenzialmente sta seduto al suo computer scorrendo dati di fatturato e che un bel giorno arriva con un ematoma gigantesco sulla mascella.

Sei stanco di mentire     
Sono stanco di mentire, soprattutto a me stesso. Non riesco a dirmi e ad accettare le cose come stanno, nascondo la testa come uno struzzo pensando che poi il resto del mondo non mi veda.

Tutto ciò che vorresti è diventare invisibile.

Senza lasciar tracce, fare come se non fossi mai esistito. Senza aver mai fatto del male.

Improvvisamente diventa un ping pong tra le birre e il balcone, parlo poco e ascolto anche meno, guardo le labbra muoversi e semplicemente annuisco con la testa, secco la bottiglia e con una scusa mi allontano per prenderne un’altra che stappo ed esco sul balcone a fumare.

Ripeti l’azione svariate volte. A poco a poco le parole inciampano l’una sull’altra se provi a parlare, le voci attorno si mescolano e anche l’atmosfera sembra più calda. Non sopporti più questo cazzo di jazz in sottofondo, non sopporti più le chiacchiere, non sopporti il fatto di sentirti come se ti avessero fatto l’elemosina, averti invitato qui quando nessuno ti conosce per davvero, nessuno sa chi sei.

Urto contro qualcuno e vengo riportato alla realtà. Cerco di dire semplicemente “scusami”, ma quello che esce sono sostanzialmente solo le consonanti. Non capisco bene cosa mi dice o cosa dice in generale, sento la sua mano che mi batte sul braccio, il suo sorriso che si apre e gli altri attorno a lui che si mettono a ridere. Le loro risate suonano come se fossero moltiplicate per cento.

Vattene, tu non c’entri con tutto questo.

Io non faccio parte di tutto questo.

Vorresti mutare completamente la stanza.          
E poi c’è sempre questo cazzo di jazz di sottofondo.

Prendo la giacca e saluto frettolosamente il padrone di casa.

Non mi sento molto bene, ci vediamo lunedì al lavoro.

Esco dall’appartamento. Barcollo. La discesa in ascensore mi sembra eterna e non appena le porte si aprono mi scaravento fuori dal condominio vomitando nella prima aiuola che trovo.
Eccolo.

Finalmente, il silenzio mi piomba addosso e per un attimo, per un brevissimo attimo tutto sembra veramente in equilibrio. Forse non necessariamente nel posto giusto ma in equilibrio.
Dura un qualche secondo prima che io alzi la testa.

Prendo un lungo respiro, chiudo gli occhi e mi rendo conto che l’aria è fredda, è gelida. Tiro fuori l’ultima sigaretta. Butto via il pacchetto.

Mi ritrovo a camminare per strada, da solo, cercando di smaltire la sbornia. Sono stanco, veramente stanco. Trascino le gambe, le strade sono deserte. Passa solo un tram che porta qualcuno chissà dove.

Il cellulare vibra.

E’ un messaggio del mio collega che mi chiede se va tutto bene.

Non è mai lei.

Ma vorrei che lo fosse, anche se per mandarmi affanculo, per dirmi che sono stato uno stronzo o anche solo per chiedermi se sto bene e le direi che si sto bene ma cazzo no, non è vero, io non sto bene per niente.

La verità è che ti aspetti una qualche salvezza che ti venga dal cielo.       
Si.

E ti aspetti che accada all’improvviso, che come per magia le cose cambino di punto in bianco

E’ così sbagliato?

E’ anche peggio dell’essere sbagliato. Non è possibile.

Credo di non avere più il controllo, né sui pensieri e nemmeno sulle mie azioni. So quello che faccio ma non riesco a fermarmi.

Vorresti dare la colpa a qualcuno…

ma non c’è nessuno a cui dare la colpa.
Sento ancora di dover vomitare. Mi appoggio alla ringhiera del Naviglio e guardo giù, verso l’acqua buia e silenziosa. Non ne posso più.

Tiro fuori il cellulare e passo il pollice sullo schermo, buio e silenzioso. Come sempre.

Basta, smettila di aspettare

Ma non voglio

Devi. E’ semplice

Davvero è così semplice? Volevo solo essere felice con quello che avevo, e invece ora sembra che tutto quello che avevo è proprio ciò di cui devo liberarmi. Non ci capisco più niente.

Non c’è nulla da capire. Non pensare.

E in fondo….cos’ho da perdere?

E’ questione di un attimo. La mano si apre e non fai in tempo a battere le palpebre che è già successo. Senti solo il rumore del tuffo nell’acqua e se ci provi puoi vederlo scendere verso il fondo mentre il Naviglio inonda la memoria e cancella tutto. L’unico appiglio che avevi oltre ai tuoi ricordi se ne va. Non tornerà più e non tornerai più indietro. Per un attimo ti rendi veramente conto di quello che hai fatto, di quello che è successo e forse di quello che succederà. E’ come un dolore molto forte unito ad un sollievo altrettanto forte. Ti senti come un bimbo che da domani farà i primi passi trascinando un macigno e col tempo ti renderai conto che non è mai stato reale.

Adesso resti solo tu.

E la notte.

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