Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Per te, Chris Cornell.

Ci sono idee che passano veloci e fai volentieri finta di non averle viste.

Ti ritrovi con gli occhi piantati sulla libreria e che poi, lentamente, vanno alla deriva verso il soffitto.

Lascia stare….

Sto smaltendo le tossine dopo il ventennale della morte di Kurt Cobain, quando un calendario interno, un senso di déjà-vu ma soprattutto Google mi ricordano che il 18 maggio è la data in cui Chris Cornell ci ha lasciato, due anni fa. Forse una riflessione gliela devo.

Forse ci ha già pensato il mio subconscio la sera prima, in un sonno agitato, accompagnato da un sogno tarantiniano o tarantinesco, figlio di un’idea che, evidentemente, era già scesa in terra. Unendo sogno e ricordi, lasciando andare  finalmente gli occhi altrove, mi godo il mio viaggio, onirico e un po’ lisergico, autoindotto e senza pilota.

 

Requiem in a dream Tutto, dicevo, nasce da un sogno che diventa location. Una scena, in cui ho miscelato senza ritegno alcuno le mie memorie cinematografiche con una abbondante dose di narcisismo e protagonismo. Spesso localizzo una riflessione in un luogo, il mio vagare ha bisogno di uno spazio fisico.

Ecco, quella notte, questa notte, sono nella chiesetta di legno di Kill Bill. Purtroppo orfana di Uma, fortunatamente priva di Bill. Legno, banchi, io di nero vestito, a tre passi dal pulpito, in testa non un cappello, ma una nebbia di idee per un elogio funebre. Uno di quei discorsi che dovrebbero, in bello stile e poco tempo, rendere onore alla vita di un uomo.

Raccontando balle, santificando una vita.

Ecco, partiamo da qui. Mi aggancio alla scena e mi aggrappo al fantasmatico, lasciando la realtà a far da sfondo per una decina di minuti.

Tre passi dal pulpito.

Cazzo non so cosa dirò.

Servono tre pensieri, di quelli veloci, di quelli che quando hai finito e hai chiuso il cerchio ti sembra passato un minuto e in realtà hai appena buttato fuori il respiro precedente. Pensa, pensa….

 

Le cadre est un cache Il critico cinematografico André Bazin scrisse queste parole il secolo scorso, quando il cinema usava pellicole, analogie e non esistevano le trilogie. Cinque parole per definire lo spazio e il tempo del cinema, ma anche l’essenza dell’immagine. Ecco, vestito da Mister Pink, in un trionfo kitsch, con LaChapelle a far foto, a me viene in mente Bazin. Però è un buon punto di partenza per chiedere scusa a Chris.

Il concetto è semplice: tutto ciò che vedo in un’inquadratura è la scelta del regista, ma anche, dati i movimenti di camera e quelli degli attori e degli elementi mobili, semplicemente ciò che posso vedere.

La cornice è una benda che stabilisce il visibile e l’invisibile. Chris Cornell per me, per anni, è stata questa cornice, il margine dell’inquadratura. E’ stato il confine tra il visibile, o meglio tra il visto e ciò che stava attorno. Negli anni novanta definiva l’inquadratura della mia musica, entrava in scena ma ne usciva spesso.

Fu amore a prima vista con i Temple of the Dog nel ’91, fu epifania divina nel ’92 con i Soundgarden. Fu, insieme ai primi accordi di Release dei Pearl Jam, semplicemente il motivo per cui ancora adesso ascolto e scrivo di quegli anni. Uscì dalla mia inquadratura, poi tornò con gli Audioslave.

Poi nuovamente fuoricampo, per tornare a mettere a fuoco l’ immagine con dei live acustici che ancora oggi sono pura emozione. Cornell ha il merito di aver allargato le dimensioni della mia inquadratura musicale, segnando il confine e fornendo il metro, il riferimento: la sua estensione vocale era unica.

Ecco, dovrebbe diventare una unità di misura, il cornell, per calcolare l’estensione che inizia nei bassi di Cash e tende all’infinito. A volte all’eternità. Chris è stato ai margini, è stato il margine. Ha definito cosa era dentro e cosa fuori. Ma così come la cornice definisce l’osmosi tra visto e non visto, Cornell definiva ciò che ascoltavo.

La nostra lunga storia termina al teatro Arcimboldi di Milano, per un tour acustico legato a un disco che amo. Furono 22 pezzi. Chitarra, violoncello e una voce ultraterrena, da 24 cornell. Quel concerto è come un tatuaggio e ho solo il rammarico di aver messo a fuoco la mia inquadratura su di lui troppo tardi. Scusa, Chris.

Secondo passo. Due metri al palco, al microfono.

 

Fatti non foste per vivere come bruti

Se il regista occulto di questa mia fantasmagoria fosse davvero il Tarantino bene ci starebbe una citazione biblica, giusto un’Ezechiele per ammiccare. Invece, con moto d’orgoglio e inspiegabile reminiscenza evoco Dante. E dai.

Chris Cornell non è morto a ventisette anni. Per quanto tragico e pieno di rimpianti sia l’epilogo della sua vita io desidero ricordare la sua Storia. Perché è il suo viaggio a lasciarci a bocca aperta, non la sua morte.

Ci sono alcuni Ulisse che mi sono cari. Sono scrittori, sono musicisti, sono atleti, semplicemente esseri umani che in comune hanno la ferrea volontà, spesso lucida e programmatica, di superare i confini del conosciuto.

Si allargano i bordi dell’inquadratura grazie a persone che, consce delle conseguenze o in preda a sacra follia, decidono di esplorare ciò che gli è sconosciuto. E’ un gesto romantico ed eroico, egoista e blasfemo, sicuramente umano. Amo gli UIisse per l’inconsapevole innocenza o (e scusate) per l’innocente inconsapevolezza che è il loro motore primo.

Non c’è il gesto eroico di Prometeo che sfida confini, dei e regole per far progredire la Storia collettiva. L’Ulisse è un irrequieto, dai sensi iperstimolati, è un Morrison in cerca di porte, ha un obbiettivo che diventa ossessione, che sia Itaca, il Bello o la morte.

E il viaggio è ciò che diventa epica, la materia del nostro osservare, ciò che ci può dare ispirazione. Chris Cornell ci ha regalato un viaggio meraviglioso, fatto di ricerca, di cambiamenti e di ritorni. Non ho mai individuato un’evoluzione musicale in lui, ma semplice esplorazione, il suo essere un Ulisse è dato da un moto continuo e affamato.

Da me si è congedato cantando i Beatles come solo lui, Chris Ulisse Cornell, poteva fare.

Uomini così sono meteoriti, schegge che entrate in contatto con l’atmosfera non possono far altro che precipitare verso la loro fine, voluta perché scelta o giunta perché la Fortuna si è voltata. Qualunque sia l’intento, il suo precipitare è uno spettacolo, per gli uomini coi piedi –letteralmente- per terra.

Ultimo passo. Ultimo respiro prima di prendere quel microfono in questa strana chiesa e decidere quali parole utilizzare. Bene, fedele e Linneo, Nick Hornby e alla mia mai dichiarata sindrome ossessivo compulsiva, ho scritto liste, redatto classifiche e creato playlist di Chris. Mi sono immerso in lui raddoppiando il peso della sua musica che già ascolto normalmente. Poi mi sono fermato, una mattina, a guardare mia figlia giocare.

 

Il puzzle.

Mia figlia ama i puzzle. L’ho osservata mentre cercava di comprendere il significato di ogni singola tessera. Io, dedito a Bazin, controllo i margini e i confini. Parto dagli angoli, osservo gli incastri. Lei prosegue cercando pezzi, piccoli particolari che si richiamino. Aggiunge tessere all’immagine che si è già composta. E mi sorprende. E imparo.

Penso a Cornell, allora. All’immagine così complessa che ho di lui, fatta di tante tessere di cui, spesso, ho solo guardato la forma e non ciò che rappresentava, perdendo il contenuto. Ecco, forse la vita di un uomo, anche la sua, va giudicata solo con tutte le tessere sul tavolo, magari senza partire dagli angoli. Grazie Chris.

 

Ci sono. So cosa dirò. Per te, Chris Cornell.

Dissolvenza, nero.

Titoli di coda.

 

Andrea Riscossa

 

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