Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Benjamin Clementine @ Teatro delle Celebrazioni di Bologna

“Musa, musa meravigliosa sì che esisti”

 

Esiste, sì. Non sempre si manifesta ma sono certa di averla vista, questa musa: aleggiava sulle spalle curve di Benjamin Clementine, al Teatro delle Celebrazioni di Bologna, in una tiepida sera di Maggio.

Prima del concerto, mentre cammino per via Saragozza, lo incrocio. È altissimo e così vestito di bianco, con quella strana acconciatura simile a un turbante, sembra un principe africano. Passeggia con un amico, lo riconosco, mi guarda, ci sorridiamo. Poco dopo lo rivedo, mentre sta facendo qualche foto con i fan. Anche in quel momento, mi immagino la musa della Musica e della Poesia vegliarlo e proteggerlo dall’alto.

Benjamin è di origine ghanese, ha vissuto in Inghilterra ed è parigino d’adozione. A 18 anni si trasferisce in Francia, in cerca di fortuna. Qui inizia a suonare per strada, come buskers, fino a quando non viene notato da un discografico, in metropolitana. Suona, canta, scrive poesie e spesso inventa parole che non esistono. Per tutti questi motivi, per questa sua natura meticcia, è difficile definirlo. Riduttivo chiamarlo artista soul, anche se indubbiamente, nella sua musica, di anima se ne sente parecchia.

Il suo concerto è anticipato dall’esibizione di Beaven Waller, talentuoso musicista texano. Quando termina, in perfetto orario, il pubblico è clamorosamente in ritardo, come da malcostume italiano. Verso le dieci la sala è finalmente piena, le persone iniziano a chiamarlo, applaudendo e gridando il suo nome.

 

 

Dopo qualche minuto Benjamin Clementine arriva, si fa strada sul palco a piedi nudi e indossa il completo bianco che avevo visto poco prima, arricchito da uno strano collo vittoriano che gli dà un’aria ancora più regale.

Insieme a lui un quintetto di archi. Tra gli applausi si siede, appollaiandosi su uno sgabello alto, forse troppo per il pianoforte. In alcuni momenti del concerto è talmente ripiegato da sovrastarlo, come se lo stesse abbracciando.

Pochi artisti riescono a catalizzare l’attenzione del pubblico con la stessa potenza di Benjamin Clementine. È un artista intelligente, mercuriale. Vivace e un attimo dopo introverso.

Lo spettacolo inizia con Winston Churchill’s Boy. Difficile categorizzare la sua voce: è uno strumento controllato e perfetto, come se fosse nato apposta per raccontare tutte le sfumature dell’anima. Dal dolore, che è sempre profondissimo, all’amore, passando per la rabbia. La sua è una sofferenza latente, accennata e ostica. Questo è evidente soprattutto in pezzi come God Save the Jungle che evoca la crisi dei migranti senza mai diventare una tirata politica. Tutto, nelle sue canzoni, è raccontato da un punto di vista personale.

Nonostante il palco, davvero minimalista, la sua performance abbraccia la teatralità. Anche le canzoni, pur conservando quella eloquenza drammatica, sono spinte ai limiti. Mutano continuamente, prendendo strade inaspettate, come quando Clementine cambia il testo di I won’t complain, per raccontare la sua giornata bolognese, trascorsa al santuario di San Luca.

Spesso le sue interpretazioni lasciano spazio all’ironia o al falsetto. Non sempre queste scelte creative funzionano, ma non si può negare il suo talento.

La mia sensazione è che Benjamin Clementine non senta il bisogno di ripetersi per soddisfare le aspettative del pubblico. E, proprio questo atteggiamento, è una prerogativa dei grandi: Nina Simone, Nick Cave, Bob Dylan. Il suo è uno spettacolo geniale, dolce e mai noioso, durante il quale è impossibile non chiedersi quale strada imboccherà girato l’angolo dell’ultimo pezzo.

Quando vinse il Mercury Prize nel 2015 per il suo album di debutto, At Least For Now, in tanti hanno pensato che questo tizio con la voce angelica sarebbe diventato l’ennesimo cantante per tutte le stagioni, la cui musica poteva tranquillamente fare da sottofondo ad una serata romantica.

Ancora però non sapevamo quanto fosse eccentrico e originale questo ex-busker e in molti si sono dovuti ricredere. All’interno della sua musica, soprattutto nel suo modo di comporre testi, è impossibile non notare tutte le influenze di quei poeti e scrittori che ha amato: William Blake e Sylvia Plath su tutti, ma non è quello che sorprende.

È l’enorme capacità interpretativa. Tutto il suo corpo diventa strumento espressivo per raccontarci una storia, non solo la voce, ma anche le mani: schianta le dita sui tasti del pianoforte, gesticola, a volte si rivolge al pubblico come un direttore d’orchestra. La sua è un’urgenza espressiva impossibile da contenere.

Infatti Clementine parla molto, anche in italiano: buonasera, grande, grazie, chiede informazioni sulla partita di calcio che si è giocata la sera prima. È di ottimo umore, merito probabilmente anche del pubblico, caldo e reattivo.

I Won’t Complain è, come da previsioni, uno dei momenti più maestosi del concerto. La canzone si spoglia e si gonfia, fino a riempire l’intero teatro che sembra quasi non riuscire a contenerla.

 

 

 

La prossima canzone è una delle prime che ho fatto in pubblico” inizia, “con questa ho smesso di ripetere le cose che facevano gli altri, i grandi artisti, e ho iniziato a cantare quello che sentivo io“. Parte Cornerstone, il pubblico si entusiasma già dalle prime note.

Clementine è sicuro, ma imprevedibile. Il suo volto è spigoloso, scolpito nell’ebano, ed è difficile dire, a volte, se si stia contorcendo i nervi oppure se si stia divertendo con il suo pubblico.

Su Adios scende dal palco e gira tra la gente, chiede partecipazione, ripete ossessivamente “the decision is mine, so let the lesson be mine” invitandoci a battere un piede a tempo fino a che non si ritiene soddisfatto della resa finale. Risale sul palco, si erge sulla ribalta dei musicisti, appoggia un piede scalzo sul piano.

È uno strano alieno Benjamine Clementine, ha la stessa sostanza matta dei grandi. Dopo l’ultima canzone, prima di lasciare la scena, spinge i musicisti a prendersi gli applausi del pubblico, facendosi da parte, un gesto che la dice lunga sul suo approccio umile verso la musica.

Al termine del concerto, mentre cammino nella notte bolognese in una serata finalmente primaverile, ho la sensazione di aver assistito a qualcosa di eccezionale. E la Musa, che indubbiamente esiste, protegga sempre Benjamin Clementine!

 

Daniela Fabbri

Foto di Carlo Vergani

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