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Too Old to Die Young, una horror story tra streghe invisibili e vigilanti impotenti

Compendio e al tempo stesso ulteriore evoluzione. Esperimento, eppure definitivo manifesto. Visionario, per quanto tremendamente e terribilmente realistico.

Too Old to Die Young è tutto questo, ma prima di tutto è l’ennesimo capolavoro di Nicolas Winding Refn, registra e sceneggiatore danese che non ha più bisogno di presentazioni dopo il successo di Drive e la definitiva consacrazione con l’ipnotico The Neon Demon.

Proprio la pellicola del 2016, candidata alla Palma D’Oro del Festival di Cannes, offre una chiave di lettura, l’unica realmente efficace, per scardinare il grande enigma che si cela tra i lentissimi piani sequenza che mostrano personaggi completamente allo sbando, vittime delle proprie perversioni, prigionieri in una spirale autodistruttiva a cui non possono più rinunciare.

C’era una strega in The Neon Demon, una truccatrice quasi invisibile agli occhi dei più, che si cibava, letteralmente, di giovani modelle, della loro bellezza fanciullesca, del loro fascino ferino. In Too Old to Die Young, invece, c’è una veggente, diretta incarnazione di una madre tanto amata, anche carnalmente, che da lontano, e senza darlo a vedere, ordisce, tira le fila, muove come burattini i suoi uomini che pur sembrano costantemente al comando.

 

 

La donna, per il più recente Nicolas Winding Refn, esercita il potere servendosi di doti sovrannaturali, tessendo diaboliche e complesse trappole in cui restano stritolati uomini incapaci di reagire, schiavi di pulsioni tanto ancestrali, quanto contaminate da una contemporaneità gretta, degenere, corrotta.

In The Neon Demon le vittime erano il povero Dean, il cui amore non bastava per domare la bestia che cresceva, di pari passo con la sua fama, nella sedicenne Jesse; il subdolo Hank, interpretato da un sempre bravissimo Keanu Reeves, costretto ad una vita di compromessi e di solitudine; Jack, fotografo rinomato, che ad ogni inquadratura sembra possa esplodere in un raptus di violenza carnale, ma che in realtà è solo ossessionato da un fascino, quello di Jesse per l’appunto, che fatica ad imprigionare nelle sue foto.

In Too Old to Die Young, tra gli uomini impotenti spicca Martin, detective dalla condotta morale tutt’altro che irreprensibile, la cui parallela attività di violento vigilante, lo porterà, sempre indirettamente, a scontrarsi con la bruja messicana. Figura centrale della serie, che si protrae per dieci episodi, molti dei quali di una durata ben superiore ai sessanta minuti, il poliziotto incarna in qualche modo tutti gli archetipi dei protagonisti dei film di Refn, tendenzialmente taciturni, rissosi, pulsanti di vita solo quando si tratta di toglierla a qualcun altro.

Dialoghi dilatati ed inquadrature che indugiano oltre ogni possibile immaginazione, sono i principali strumenti linguistici di una regia che non scende mai a compromessi, intransigente al punto da diventare quasi patetica, insopportabile, incomprensibile.

Eppure, la magia del regista danese funziona anche stavolta, grazie ad una fotografia semplicemente straordinaria, capace di dipingere scenari onirici, lisergici, sospesi nel tempo. C’è tanto Lynch nelle sue inquadrature, ma nel set design sembra di vedere all’opera Stanley Kubrick e il suo amore per le geometrie perfette. Non c’è mai un oggetto fuori posto, né un dettaglio lasciato al caso. Ogni fascio di luce, ogni oggetto, ogni silenzio è un’allegoria, una metafora, l’ennesimo enigma consegnato ad uno spettatore che deve destarsi di continuo da una trance resa tanto più potente da una colonna sonora strepitosa.

 

Too Old To Die Young foto

 

Cliff Martinez, ormai spalla inseparabile di Refn, compositore della soundtrack, non si sposta più di tanto dalle sonorità già apprezzate in The Neon Demon, giocando con l’elettronica, con i suoni ondulati, usando tastiere e sintetizzatori quasi fossero moderni theremin.

Too Old to Die Young, nel pieno rispetto della poetica di Nicolas Winding Refn, non è una serie per tutti. I tempi morti abbondano e la trama, di per sé, è di una semplicità tale da risultare quasi banale. Eppure, qualsiasi amante di buon cinema, resterà folgorato ad ogni piano sequenza, indissolubilmente attratto dalla sinistra e malsana storia di sangue e depravazioni, inscenata con uno stile ineguagliabile e sconosciuto alla quasi totalità delle recenti serie TV.

 

Lorenzo “Kobe” Fazio

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