Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Diario di una Band – Capitolo Otto

Canzoni che ti salvano la vita Che ti fanno dire “no, cazzo, non è ancora finita!” Che ti danno la forza di ricominciare Che ti tengono in piedi quando senti di crollare Ma non ti sembra un miracolo Che in mezzo a questo dolore E tutto questo rumore A volte basta una canzone Anche una stupida canzone Solo una stupida canzone A ricordarti chi sei

 

Brunori Sas

 

 

Avete presente quei giocattoli degli anni ‘80 ‘90 che tornano come pezzi da collezione introvabili?

Ovviamente parlo come uno che è nato nella precisa metà degli anni 80, quindi perdo letteralmente il senno quando alla visione di certi giocattoli, veri e propri cimeli, riassaporo tempi andati ed incredibili flashback roboanti di scalpore emotivo. Sapori, odori, sensazioni. Come un sottilissimo filo invisibile legato al polso che senza preavviso ti strattona verso una capsula del tempo dall’efficienza immediata. Ricordo i “Masters”, il caschetto biondo discutibilissimo di He-Man e la faccia di mio fratello Mattia quando ci regalarono il castello di Grayskull. Coltivo e rinnovo un affetto smisurato per i “Ghostbusters”, dalla Ecto 1 in bacheca al fucile protonico che sparava cartucce gialle di plastica leggera, il giubbotto di jeans nero con il simbolo intramontabile degli acchiappa fantasmi e la visione a dir poco dozzinale di entrambi i film, capendo solo dopo i trent’anni di sapere a memoria ogni battuta dei lungometraggi. Ci sono le videocassette delle “Ninja Turtles” e la sigla di “Mazinga”, le canzoni (perché erano due e straordinarie entrambe) di “Carletto il principe dei mostri” e “Devilman”, la corsa a scuola cantando “Denver” e l’idiozia della ricreazione imitando “Pingu”. In realtà Pingu tutt’ora emerge in qualche aperitivo lungo con gli amici.

C’era 90°minuto a cena dai nonni e la Domenica Sportiva che sanciva innegabilmente la fine del week end coi gol di Van Basten e Maradona e l’attesa già spasmodica del piccolo spazio dedicato alla serie B con la speranza facessero vedere i gol del Cesena in trasferta. C’era guardare di straforo “Colpo Grosso” e l’harem di Umberto Smaila, c’erano “Bayside School” e “Willy il principe di Bel Air”, c’erano le “Micro Machine” e la fissa per lo “YO YO”… insomma un’infinita officina di ricordi che ora in maniera onesta ma spesso agrodolce vanno giustamente a mortificare l’asettico sviluppo dei nostri calvari giornalieri.

E cosa possiamo dire in merito della musica?

Sono certo che la musica fino all’avvento di internet e dei famigerati masterizzatori avesse un peso umano sicuramente differente, si prendeva con i guanti, ci si documentava per interessi, c’era una cultura del tutto più “paziente”.

Per carità, non scannatemi, adesso è tutto pocket, è tutto smart, è tutto di facile accesso e le possibilità di ricerca sono assolutamente quintuplicate. Il concetto che voglio trasmettere è che forse si è arrivati ad un punto di saturazione tale, ad un livello di possibilità talmente amplio che anche la ricerca verso un genere o una band particolare perde di senso ed efficacia.

Io per primo sono legato come una sorta di schiavo moderno alla magnificenza di Spotify. In casa, sul lavoro, in macchina, appena sveglio, prima di dormire, in campeggio, in vacanza, in tour con la band. Comodità e possibilità ad un prezzo più o meno ragionevole, insomma il costo esatto di due birre medie al pub. Però è chiaro che bisogna diversificare la strada e l’esperienza di come si è arrivati a sto punto partendo da un fulcro generazionale di base e avere la totale cognizione di ciò che non si è perso lungo il cammino.

I cinquantenni ora come ora sono i soggetti più a “rischio” nella giungla di Facebook e dei social network, per l’inesperienza sul campo, non per demeriti intellettuali o cognitivi, ma semplice abitudine di azione. Col serio rischio di demolire sottilissimi argini di decenza con fake news e un mondo nuovo all’apparenza disordinato che scombussola l’ormone ormai indirizzato al declino, si può incappare nella più totale e illogica strumentalizzazione del canale. In maniera speculare, con connotati diversi ma concettualmente similari le nuove generazioni hanno lo stesso tipo di bombardamento, subire delle circostanze senza conoscerne la fonte ne la motivazione. Non generalizzo in merito ma per lo meno una grande fetta non ha la cultura e la sacralità del gestire e manovrare la musica col rispetto che merita. Non è una colpa che si deve additare ai soggetti in questione. La struttura egemonica dei colossi musicali non lascia troppo all’immaginazione, il martellamento mediatico è a prova di scudo e ribellione, la RICERCA MUSICALE non è più tale semplicemente perche è divenuta una RICERCA di MERCATO. Ed è qui che muore la sovranità dell’anima e del passare le notti a guardare il cielo.

E qui arrivo al punto bisogna trovare una soluzione, una speranza, un simbolo.

Su due piedi penso solo a una cosa. IL VINILE.

Cazzo il vinile ancora oggi quanto spinge? Quanto regala? Quanto gusto trasmette tenerlo in mano, sfilarlo con cura e poggiarlo sul gira dischi con flemmatica cura? Impagabile. Potrà sembrare un viaggio anacronistico ma è il vero e unico viaggio della speranza che ci resta. Una forma di contatto coi nostri genitori, una formula alchemica che soddisfa più sensi in blocco, quello della vista, il senso del tatto e il senso dell’udito. Quel fievole saltellare accompagnato da un soffio leggero che esce dalle casse prima che parta l’inconfondibile sonorità che solo il disco può regalare esploda nella sua magnificenza.

Si potrebbe e si dovrebbe fare un discorso di questo tipo a chi vuole approcciare alla musica, raccontare le scorribande in scooter verso la “Sound and Vision” non appena la paghetta entrava nel marsupio della Napapijri e setacciare ogni angolo infausto del negozio di dischi che diventava in quel lasso di tempo una caccia al tesoro troppo importante. Non si poteva tornare a casa con un album scontato e quindi partiva la guerra di chi difendeva il punk all’italiana, chi si faceva paladino del metal, chi con lo skate oramai adottato come un estensione del proprio corpo non vedeva altro che la California in ogni sua forma. C’era dialogo e c’era competizione, sana e genuina, di quelle battaglie costruttive che ora comprendo meglio e ne faccio tesoro come una lezione di filosofia.

Semplicemente non ci siamo accontentati e abbiamo cercato e cercato la nostra strada fino a capire quale fosse il lido giusto in cui approdare, senza però perdere la libertà di scoprire e sperimentare.

Scrivendo queste righe mi accorgo della fortuna che ho avuto, non me ne faccio vanto come una mia conquista, il merito va ai miei genitori che di vinili e musica “buona” sono tutt’ora ghiotti ed è stato forse facile crescere con questa mentalità. Essendo sempre stato libero di scegliere ogni mia mossa, senza che mi fosse recriminato mai nulla anche quando della musica non me ne fregava troppo e pensavo solo a diventare un calciatore.

Insomma non si può recriminare un intera generazione se le cose vanno da schifo, se la politica collassa, se lo sport è un concorso di bellezza e se la parola e il dialogo sono stati soppiantati da uno smartphone. Loro, i giovani, ci sono nati in questo brodo fetido e non possono agire diversamente se non hanno esempi.

Quindi lunga vita a chi ci prova con la forza dell’interesse e della determinazione, a chi spende parole, tempo e penseri affinché vengano presi e coltivati da menti che hanno bisogno di essere plasmate. A chi non resta nelle quattro mura di casa, a chi spalanca le finestre ed alza al massimo volume la propria musica, la colonna sonora della propria vita. Una dedica ai miei colleghi di Vez Magazine, pionieri moderni di una vecchia ed immortale regola di vita, L’amore per la musica, fiero di farne parte al vostro fianco.

 

Vasco Bartowski Abbondanza

 

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