Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Rufus Wainwright @ Percuotere la Mente

• Rufus Wainwright •

Percuotere la Mente (Corte degli Agostiniani, Rimini) // 29 Luglio 2019

Sul palco di Percuotere la Mente, Rufus Wainwright è solo. Cammina veloce, vestito con un paio di pantaloni scuri e una t-shirt, si siede al pianoforte e inizia a suonare The Art Teacher. Nessun preambolo, nessuna parola inutile. C’è solo la musica stasera. Solo Rufus Wainwright, senza orpelli. Dimenticatevi quindi i cappelli dickensiani, i mantelli di piume o le vistose giacche in paillettes. Anche la sua musica viene presentata in una versione più minimale: nella Corte degli Agostiniani Wainwright si esibisce alternandosi tra piano e chitarra acustica. Non c’è traccia dei barocchismi a cui ci ha abituati. E tutto suona meravigliosamente bene. 

Dopo più di venticinque anni di carriera, Rufus Wainwright non ha più niente da dimostrare, la sua classe e la padronanza del palco sono ormai delle certezze.

Chitarra in mano, intona una perfetta Out Of The Game, seguita da un altrettanto impeccabile Jericho. Poche note e il pubblico è definitivamente conquistato. Quando si allontana dal suo piano e strofina un’acustica ricorda un musicista di strada, più simile al suo vecchio Loudon Wainwright III che al pupillo di Elton John che abbiamo imparato a conoscere.

Wainwright non perde occasione di dire quanto ami l’Italia, raccontando aneddoti su Rimini e sul Grand Hotel, quel “pazzo hotel sul mare, con uno strip club nel seminterrato”, o di quando fu invitato al Festival di Sanremo qualche anno fa e un gruppo di Papaboys lo aspettò in aeroporto per protestare contro di lui. “Lo scandaloso” dice con enfasi drammatica, prima di scoppiare a ridere e partire con Gay Messiah.

Rufus passa dai tocchi pianistici funerei agli aneddoti da cabaret con insolita facilità. Forse uno degli aspetti più sorprendi di questa serata è proprio questa sua simpatia sorniona. 

“Il mio nuovo album è pronto, dovrebbe uscire il prossimo aprile” ci annuncia. Stava lavorando quando sua figlia Viva entrò nella stanza dichiarando che lei da grande “non avrebbe seguito le regole”. Da qui il possibile titolo del prossimo lavoro: I Unfollow The Rules. Lontano dagli anni scintillanti e luccicanti degli esordi, quelli dell’enfant terrible, oggi Wainwright può essere definito con assoluta sicurezza uno dei cantautori migliori della sua generazione. E guardandolo su quel palco, rigoroso eppure incredibilmente umano, è chiaro a tutti che per raggiungere certi livelli sia per forza necessario essere disciplinato e seguire le regole.

“Sono un grande fan di Mina” racconta, “il prossimo pezzo avrebbe potuto cantarlo anche lei”. Early Morning Madness è una canzona nera: il pianoforte e la sua voce potrebbero spalancare le porte dell’abisso.

C’è spazio anche per l’ecologia e la politica. Going to a Town è uno dei suoi pezzi migliori, ma è anche una preghiera o forse sarebbe il caso di dire, una dichiarazione anti-Trump. Rufus canta di sentirsi stanco dell’America. Quando durante il pezzo sbava il falsetto sorride imbarazzato e ammette “I’m human”, il pubblico esplode in un caldo applauso. 

Il suo dono è quello di saper intrecciare la speranza e il romanticismo con la malinconia, “va bene anche essere tristi, a volte” ci dice prima di suonare Only the People That Love. 

Non mancano nemmeno gli omaggi a Leonard Cohen: So Long Marianne e Hallelujah. Uno dei momenti più toccanti della serata, ma non di certo gli unici. Candles, la canzone dedicata alla madre, viene eseguita interamente a cappella. Il suo baritono risuona chiaro e nitido in tutta la corte. Non abbiamo bisogno di altro, grazie Rufus. Questa esecuzione da sola vale il biglietto.

Al termine del concerto guarda il pubblico e sorride timidamente. Rufus Wainwright se ne va così come era arrivato, tra gli applausi, accompagnato solo dalla sua incredibile voce e dalla sua musica. 

Testo: Daniela Fabbri

Foto: Francesca Garattoni

Grazie alla Sagra Musicale Malatestiana | Comune di Rimini

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