Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Gio Evan, gli abbracci, l’onestà e l’amore.

Da quando ho conosciuto Gio Evan mi si è aperto un portone in questo mondo. Quel portone a cui tutti fan riferimento nel momento in cui si chiudono porte. Lui che mi fa distendere le labbra in un gran sorriso con i suoi giochi di parole. Il potere delle parole, che possono uccidere ma che sono utilizzate da lui per far pace.

Ma chi è Gio Evan?

Giovanni Giancaspro è nato a Molfetta il 21 aprile del 1988. Nonostante sia più grande di me soltanto di due anni, ha viaggiato in tutta Europa e in Sud America. C’è la sua bicicletta ad accompagnarlo nella ricerca di se stesso, niente soldi né scarpe e mantenendo sempre la sua autoironia che traspare già nel suo primo libro Il florilegio passato, un racconto dei suoi viaggi e delle sue esperienze accanto a maestri del posto, dai quali ha appreso la potenza dell’arte nelle nostre vite, il bene che può generare nelle nostre anime. Si avvicina al surrealismo, al nosense e in questi anni solidificherà le sue passioni. In Argentina verrà battezzato come Gio Evan, Giovane Uomo, da un Hopi.

 

 

Gio ha avuto coraggio. Il coraggio di dedicarsi all’arte una volta tornato in Italia. Forse, lo deve al suo caro nonno. Lo si deduce dalla descrizione del suo quarto libro, Capita a volte che ti penso sempre, dove sono riportate queste parole: << Il mio primo attacco di panico fu alle scuole medie. La domanda del panico è per tutti sempre la stessa: “Che lavoro vuoi fare da grande?”. Andai da nonno che lui faceva il marinaio e sicuro aveva visto un sacco di mari un sacco di uomini un sacco di amori lasciati al porto e gli dissi: “Ma come si fa a sapere cosa si vuol fare da grandi?” e nonno mi disse: “Guarda che è facile, Vuoi fare il marinaio come me? Ti deve piacere l’odore del pesce. Vuoi fare il cuoco? Inizia a cucinare e vedi se ti piace. Vuoi fare il meccanico? Inizia a smontare e rimontare le tue macchinine. Vuoi fare il sarto Piglia ago e filo e ripara tutto. Vuoi fare il poeta? Ti devi innamorare sempre >>. Così mi sono innamorata di lui e dei suoi pensieri mai superficiali.

 

 

Lo si può definire poeta, cantautore ma io non amo etichettarlo! Lui è un Uomo che comunica, che sa bussare alle vite e viene accolto da chi sa ascoltarlo con amore. La musica è una carezza sui ricordi e i suoi versi mi hanno rassicurato come fossero abbracci tutte le volte che con due auricolari decidevo di mettere in pausa i pensieri e con play facevo partire a ruota le sue canzoni, poesie, il suo slancio per la vita. La cura al dettaglio, oltre la visione comune. Le mie reazioni sono sempre due: mi addormento rilassandomi, dandomi tregua oppure sento una carica emotiva che mi spinge ad alzarmi dal letto e ad aprire quel “portone”. Il mio portone. La mia vita. Il mio cuore.

Vorrei un biglietto, sicuramente un treno, un aereo per cercare sogni di alta quota. Porta dell’acqua, del pane in cassetta per poter mangiare qualcosa ovunque ti va! Le cuffiette, la musica salva! Se prendi la strada sbagliata, balla! Che tanto tutto scorre e un attimo dura una vita, si fa male solo chi non cade e a non buttarsi si butta una vita“.

 

 

Pane in cassetta una canzone, tra le mie preferite, che invita all’essenziale, all’agire. È il secondo singolo estratto dall’album Biglietto di solo ritorno, pubblicato il 17 aprile 2018, con musiche che definirei “paradisiache”, a cura di Giampiero Mazzocchi. Gio ha tenuto a specificare: << Non è indie, non è pop, non è rock, non è rap, sappiamo soltanto cosa non abbiamo fatto.  Sappiamo che si balla, sappiamo che è un disco che permette gli accendini alzati, un disco che se ami puoi dedicare, un disco che se sei arrabbiato lo puoi alzare al massimo in camera, un disco che se viaggi lo puoi benissimo lasciar scorrere. È un disco che si presta a tutto, un po’ come Evan >>.

Non vi svelerò ogni suo gesto compiuto. Ogni suo libro che ho letto o i suoi progetti. Vorrei dar modo a tutti voi di scoprirlo con curiosità, di ricercarne il bello. Fatevi una vostra idea ascoltando quel che ha da dire, liberi di farvi smuovere l’anima.

Ho trovato il tempo da dedicarmi per leggere, per incontrarlo a Taranto, a Roma, nei suoi “spettaconcerti“. Mi sento di ringraziare il manager Bruce per averlo supportato come fratello ancor prima che manager, creando tutto questo insieme. Bruce lo ricordo perché mi ha dato il “via libera” con un gesto della mano frettoloso, come a dire: << Vai! Corri pure! >>.

 

 

Ho raggiunto Gio dietro il palco. Lui aspettava con gli occhi scuri che raccontano la sensibilità che gli appartiene e un sorriso che ti fa sentire nel posto giusto, inevitabile non percepire la sua timidezza, uno dei suoi tanti pregi che lo rende libero da maschere, libero dalla finzione. I suoi abbracci li porto con me con dolcezza, sapete perché? Perché mi hanno insegnato che “gli uomini son caramelle” come ha cantato sul palco con la canzone Pignatte.

Spesso siamo schivi di fronte al prossimo: schiviamo sguardi, non salutiamo più, preferiamo tenere la testa china su un cellulare acceso anziché alzare lo sguardo verso un tramonto e far brillare il nostro cuore. Gio Evan ci suggerisce di accettare la famosa caramella da uno sconosciuto. Magari ha solo voglia di compagnia, di scambiare una parola con noi.

 

 

 

Quest’artista può essere uno dei tanti sconosciuti. Io, però, l’ho abbracciato con tutto l’amore possibile. Ho accettato le sue caramelle che ha lanciato dal palco mentre cantava…

<< Mi dice se guardi bene ogni cosa è un’ape, mi dice se guardi bene ogni cosa è il miele. L’inverno vai tranquillo tanto viene, la primavera no. Se la vuoi è un tuo dovere. Caramelle gli uomini sono caramelle e non mi importa del tuo odio. E non mi importa delle guerre. Se guardi bene gli uomini sono caramelle >>.

Perchè è vero il mondo fa paura, ma l’unica strada che ci può far incontrare tutti la si riconosce perchè ha come faro l’amore. I nostri passi devono essere compiuti da buone azioni, da momenti positivi e lontani dalla rabbia. Da abbracci, quelli che ti donano forza.
<< A piedi il mondo. A piedi il mondo con te. È un mondo da stravolgere e non da capire. L’idea migliore fa confondere le idee degl’altri. Ci si realizza e solo dopo si può realizzare un sogno ed io ti voglio per bruciare il mondo e non per bisogno! >>.

Gio Evan ha stilato una lista di 100 cuori da scoprire in ognuno di noi nel suo ultimo romanzo Cento cuori dentro. Ci ha elencato e descritto i suoi motivi per esser felici con la sua spiccata genialità. Il suo primo cuore è la Solitudine.

<< Solitudine viene da sole e da abitudine. E’ riconoscere il sole nel quotidiano, è fare cose con luce e calore, avere agosto in ogni gesto, essere forti come un’alba e delicati come un tramonto>>.

 

Credo sia il punto di partenza per tutti noi!

Difficile scegliere due poesie da suggerirvi, a me fanno battere il cuore tutte. Ma vorrei farvi leggere queste:

Le donne che leggono

Le donne che leggono libri sono pericolose sanno parlare e sanno ascoltare sanno usare bene le mani indicano la strada giusta così come seguono le frasi belle sui libri sanno sottolineare le parole importanti  e sanno sottolineare la vita le occasioni gli amori  e le cazzate evidenziano le cose importanti e fanno la piega là dove son rimaste una piega che durerà poco perché presto  ritorneranno

le donne che leggono libri fanno paura  hanno la borsetta più pesante delle altre non hanno solo il rossetto lo specchio il mascara e il burro cacao no, loro hanno anche un libro  pieno di punti di riferimento  pieno di somiglianze e ricordi pieno di bussole  che non le faranno mai perdere

le donne che leggono libri sono pericolose perché sono forti sanno quello che vogliono e sanno dove stanno andando sanno sfogliare le persone si baciano appena l’indice  e girano le pagine della loro vita come se al mondo non ci fosse niente di più facile

è solo per questo che scrivo libri  perché faccio il tifo per le donne pericolose.

Volevano insegnarmi

Volevano insegnarmi a giudicare dai vestiti volevano insegnarmi a bere il caffè tutto d’un sorso e poi correre via veloce veloce

volevano insegnarmi  a non farmi fare domande a non chiedere perché a chiudere gli occhi e andare avanti a tapparmi le orecchie e far finta di niente

volevano insegnarmi a non credere a non intromettermi a lasciar perdere a non farmi coinvolgere

volevano insegnarmi a non rischiare, che poi si cade volevano insegnarmi a non buttarmi, che poi ci si fa male ad andare a letto presto a rimanere tra le righe a non uscire dai quadretti  a colorare tra gli spazi a rimanere nel mio spazio

volevano insegnarmi a essere come tutti gli altri e invece io ho imparato che spesso si impara non imparando quello che hanno imparato gli altri.

Gio è un esempio. È il mio esempio da anni e io gli voglio infinitamente bene!

 

Silvia Consiglio

 

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