Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Motta @ Mamamia

• Motta •

@ Mamamia (Senigallia)  // 24 Agosto 2019

 

 

<< Sono anni che sono in giro e queste saranno le ultime date di un tour che in realtà non si è mai fermato da almeno tre anni, come non si è mai fermata la mia voglia di cambiare idea sulle cose. Da quando sono partito è cambiato quasi tutto e un po’ come la vita una persona passa il tempo a viaggiare per tornare al punto di partenza. Per questo dopo questo tour mi fermerò per un po’. Per tornare bambino consapevole di tutto quello che è successo. L’esperienza di questi anni mi ha aiutato a capire questo, a cercare di essere adulto, forte e fragile nello stesso tempo e a capire quando il silenzio si fa musica. Ci vediamo in giro, sarà un tour bellissimo e faremo tanto rumore. Se no che gusto c’è >>.

Una promessa mantenuta, quella di Motta che, Sabato 24 agosto, in occasione dell’ultima data del Tra chi vince e chi perde tour, di rumore ne ha fatto tanto, e forte e intenso, sul palco del MAMAMIA di Senigallia. Una location che, per noi ragazzi marchigiani nati fra gli anni Ottanta e Novanta, ha sempre quel fascino malinconico delle serate adolescenziali, degli autobus organizzati con gli amici, dell’apertura estiva, del volume della sala rock, dall’alba che spunta sui finestrini in autostrada.
Ricordi che sembrano prendere forma, in note e parole, nel brano La fine dei vent’anni con cui l’artista pisano saluta il pubblico, pizzicando delicatamente le corde della sua chitarra. È l’album omonimo, uscito nel 2016, insieme a Vivere o Morire, del 2018, a scandire le tappe di un vero e proprio viaggio fatto di sogni, cambiamenti, chilometri in giro per l’Italia, perdite e conquiste. Un viaggio imprescindibile da due elementi: dietro di lui, la band, con la quale Motta confessa sempre di avere un legame fraterno; davanti a lui, i suoi fan.
<< Avete fatto bene a venire stasera >> – dichiara, dopo aver eseguito Quello che siamo diventati e Di quello che passa la felicità – << È stato un tour incredibile. Per l’ultima data, ho voglia di parlare un po’ con voi. Mi vedrete sorridere… Strano no? Anche la convinzione che Motta non sorride mai…È sbagliata… O meglio… È parzialmente sbagliata >>.
Alla performance interpretativa e vocale impeccabile, sempre più e contraddistinta da un’impronta cantautoriale matura, si alternano aneddoti e racconti che permettono di addentrarsi intimamente nella genesi e nei versi delle canzoni. Mio padre era comunista è il momento per sottolineare che non ci si dovrebbe mai vergognare di avere un pensiero di sinistra, anche in un periodo storico come questo. Chissà dove sarai si trasforma nella dimostrazione che alcune storie d’amore possono finire male ma possono anche finire malissimo. Prima o poi ci passerà riecheggia l’immagine di Francesco seduto alla batteria dei Pan del Diavolo, qualche anno fa: <<Stavo suonando con questo gruppo che probabilmente non conoscerete, quando mi sono messo una mano tra i capelli e ho pensato: “E se un giorno dovessi diventare pelato? È un’idea che mi ha sempre terrorizzato. Oggi, dopo tutto quello che è successo, dopo gli stravolgimenti, la musica che è diventata il mio lavoro e la pausa necessaria per scrivere un nuovo disco, sono più tranquillo però. Perché so che voi ci sareste comunque, anche se dovessi diventare pelato >>.
L’esperienza di Sanremo è rivissuta nell’introduzione di Dov’è l’Italia. Oltre all’invito a non scoraggiarsi e credere fermamente nei propri valori, dimostrandosi più intelligenti di determinati soggetti pur non sentendosi rappresentati, il brano presentato all’Ariston contiene una dichiarazione d’amore per i musicisti che lo accompagnano. <<Non ve l’ho detto mai, ragazzi…ma mi siete mancati un casino su quel palco >> – confida il cantante.
Non possiamo che dargli ragione. La coesione, l’intesa, l’empatia create grazie all’energia di Cesare Petulicchio alla batteria, il ritmo di Federico Camici al basso, la maestria di Giorgio Maria Condemi alla chitarra sono reagenti fondamentali nell’ “effetto Motta”. Le corde del violoncello di Carmine Iuvone e l’accompagnamento alle tastiere di Matteo Scanicchio sono stati il valore aggiunto negli arrangiamenti di questo tour, in equilibrio fra la dimensione del teatro e quella cinematografica da colonna sonora.
La prima parte è incorniciata dall’intimità delle luci soffuse e dei dolci accordi di Mi parli di te, dedica al padre e consiglio spassionato a tutti i presenti di non aspettare troppo a dire quello che si ha nel cuore. Il set finale è inaugurato da una perla inaspettata, Abbiamo vinto un’altra guerra (“questa non la facciamo mai”), per esplodere nei timpani di Roma stasera e nella psichedelia di Ed è quasi come essere felice.
È proprio con questo brano che si apriva il precedente tour di Motta e il suo ultimo lavoro in studio che contiene, nel titolo, il destino e la scelta suprema dell’uomo. Ed è in questa inversione tra inizio e fine che si rintraccia, secondo me, la nuova e cresciuta consapevolezza dell’artista, la capacità di rivivere un percorso osservandolo da angolature differenti, da punti di partenza e di arrivo mai uguali ma sempre intrisi di significato.
Una consapevolezza che porta con sé la promessa onesta ed estremamente umana di tornare solo quando avrà qualcosa di importante da dire e da scrivere. Una consapevolezza che colloca in una posizione precisa e previlegiata tutti quelli che si trovano tra chi vince e chi perde: in quello spazio, sopra e sotto il palco, c’è lui, ci siamo noi, ci sono tutti coloro che, grazie alla musica, condividono la propria solitudine e riescono, in qualche modo, a sentirsi meno soli. Insieme.

 

 

SETLIST:

La fine dei vent’anni

Quello che siamo diventati


Di quello che passa la felicità

Se continuiamo a correre

Mio padre era comunista

Vivere o morire

Sei bella davvero


Chissà dove sarai


Prima o poi ci passerà


Cambio la faccia


La nostra ultima canzone

Dov’è l’Italia
La prima volta


Fango (Criminal Jokers)

Mi parli di te

Abbiamo vinto un’altra guerra


Roma stasera


Ed è quasi come essere felice

Testo: Laura Faccenda

Foto: Lucia Bolletta

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