Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Memories: The Smashing Pumpkins @ Unipol Arena

Ventanniprima.

Un anno fa, esattamente un anno fa, salivo in auto verso Bologna, per tornare a vedere un gruppo che ho amato e che amo, The Smashing Pumpkins. Dopo quel concerto sentii la necessità di fissare con le parole quanto avevo visto, vivevo l’urgenza di raccontare qualcosa di unico e meraviglioso. Fu un viaggio nella memoria, un’allucinazione collettiva di rara potenza e coerenza.

Questo è il racconto di come andò. 

Premessa uno. E’ successo a luglio con i Pearl Jam dopo il concerto di Roma. Ho avuto una epifania divina in quel pit, ma per loro è stato diverso, li seguo da sempre perché da sempre esistono, da sempre fanno musica e girano il mondo. Gli Smashing hanno quadrato il cerchio o, semplicemente, lo hanno chiuso, in un 2018 fatto di reminiscenze musicali dolcemente pesanti.

Premessa numero due. A Bologna ci sono andato con in volto l’espressione di chi sta per prendersi una pallonata in faccia. Occhi strizzati, denti di fuori, testa incassata e la perfetta, lucida consapevolezza che non sarà piacevole. Il web mi aveva annunciato un Corgan non esattamente in forma e la cancellazione dell’evento milanese mi aveva fatto tremare. E poi gli Smashing li avevo sentiti dal vivo nel 1998. Vent’anni prima.
Ventanniprima.
Allora la follia e il genio li aveva spinti a suonare l’intero Adore inedito davanti a un pubblico vagamente spiazzato. Poi fu delirio, ma loro, noi, eravamo più giovani, la rabbia era giustificata, la scena musicale era un’altra cosa. Avevamo perso Cobain, il mio amore per la Seattle musicale era cieco e totale.
Nella mia mappa musicale di allora, loro erano fuori dei confini delle categorie del catalogabile.  Mentre i Pearl Jam erano la colonna sonora della mia adolescenza (per altro mai terminata), perfetti nel venire incontro ai miei stati d’animo, a trovare parole dove servivano, a mostrarmi empatia e universalità, gli Smashing Pumpkins invece mi davano un pacchetto completo, definito, a fuoco, con confini visibili dati dal genio assoluto di Corgan. Era la coerenza musicale e di creazione a renderli un’isola. Passare da un genere all’altro non importava, era l’impronta in filigrana che li rendeva riconoscibili anche se avessero scritto musica da ascensore. Ero io che dovevo andargli incontro, c’era poca osmosi e sovrapposizione, ma erano un mondo troppo affascinante per non essere esplorato.
Ecco, con queste idee e con la faccia da pallonata giovedì sera, alle otto e mezza, entravo alla Unipol Arena. 

Il sogno inizia con un cielo nero, stelle. Arriva il camion dei gelati del video di Today. Così torna, sul mezzo che me li fece conoscere. E poi le grafiche di Mellon Collie che introducono una presentazione di tutta l’iconografia della band. Billy compare timido da una spaccatura tra i pannelli mobili.

In realtà entra prima il suo ego, seguito dal genio, infine un corpo. Per fortuna dotato di chitarra.

 

 

Parte una Disarm che è un pugno nello stomaco per quanto è nuda e bella. Voce, chitarra e una mole di ricordi che al buio mi travolgono e che iniziano il subdolo piano di Billy: portarci tutti via, altro che pifferaio, questo ha messo su un caleidoscopio per quindicimila persone, tutte col naso all’insù, come fosse San Lorenzo.
Il camioncino di gelati mi porta la prima immagine della serata, inizia il viaggio.
Non ho mai avuto una soffitta, mi piacerebbe averla solo per andarci a rivedere, a toccare i miei ricordi. Quello stramaledetto camioncino di metallo, magari un po’ sverniciato, ma integro. Le foto di Billy bambino, odore di ginocchia, sangue e asfalto, oggetti antichi, con profumi e sapori di altri tempi, ma carichi di ricordi, madeleine tangibili. Era tutto in ordine nella soffitta degli Smashing, bisognava solo aver voglia di metterci un po’ le mani, dare una spolverata, bloccare lo sguardo e perdersi.
Quelle note, tra Rocket e Siva, si infilano come vapori, ci stiamo riallineando, nonostante li ascolti ancora spesso. E’ colpa dei live, penso, io che ormai gli album in studio faccio fatica a sentirli e dei Pearl Jam e di Springsteen scelgo le versioni live come potrei fare per buoni vini rossi.

Ma allora, dove cazzo siete stati tutto questo tempo, eh Billy?

Ma nello spazio, ovvio.

Dai, io credo nelle dissolvenze incrociate, anche meno palesi di quella storica osso-astronave di Kubrick. Il salto qua è da camioncino a razzo, non si sceglie Bowie solo perché Space Oddity poi la canti per quattro giorni di fila, io l’ho presa come ammissione di colpa. Billy è stato un po’ lassù, a guardarci da angoli unici e differenti. Poi, al momento giusto è tornato. E funziona, davvero tutto funziona, la mia faccia da pallonata si rilassa piano piano, sono rapito. Da un alieno.

E il concerto scivola via perfetto, loro sono eccezionali, non c’è polvere, ruggine o gusto di tappo in quello che sento. Solo un gran vino invecchiato egregiamente, un sound che ancora convince, una band con tre chitarre e un carillon.

Ma sono i video sopra il palco il secondo evento della serata. E’ uno spettacolo cui non avevo mai assistito, una sequenza di immagini, architetture, icone, ideogrammi, grafismi, tutti diversi ma coerenti, come se il discorso musicale si potesse intrecciare in quello visivo, come se la potenza dei due media si elevasse al quadrato in un gioco di richiami e rimandi. Ci ho visto di tutto lassù: LaChapelle, icone russe, miniature medievali, dolci di marzapane, processioni di paese, art nouveau, futurismo, cubismo, ci ho visto Murnau, Fritz Lang, Caligari, Melies (again again!).
Una wunderkammer più che una soffitta, che si arricchisce sempre più di reperti e di elementi. E’ un freak show,  ma soprattutto un monumentale culto della propria immagine, un Barnum dell’autoreferenzialità.
Corgan è parte di tutto questo, con cambi d’abito che neanche a Sanremo, con una presenza scenica incredibile. Non parla, mai. E più ci addentriamo nella pancia dello show, più scivoliamo su note e ricordi più lui diventa voce e icona. Finisce sullo schermo a fine concerto, come il golem, come in muto di Murnau. 

E poi c’è Porcelina a metà concerto. Ora, io non so se è stata una sensazione mia e solo mia, o se sia successo davvero, ma quella canzone, che nell’album già dura più di nove minuti, deve aver rapito quindicimila persone per una quarto d’ora buono. Prima di essere elevato a una forma di coscienza musicale superiore sono stato abbastanza lucido da buttare uno sguardo alla folla attorno a me. Ho compreso, con vent’anni di colpevole ritardo, che cosa raccontasse Bazin riguardo il fantasmagorico. E giuro mi son sempre chiesto perché Tonight tonight fosse un tributo a Melies. E invece eccolo. Come nell’83, a sei anni, davanti a Yoda: il sogno infantile e collettivo del cinema. Giovedì eravamo una massa di quarantenni con la mandibola spalancata davanti a uno spettacolo di una bellezza rara. E’ una fortuna essere stato lì perché non un filmato su YouTube restituirà l’hic et nunc dell’esperienza vissuta. E’ un viaggio a ritroso, nel protocinema, tra lanterne magiche, teatro delle ombre e caleidoscopi. 

Grotta, luce, Platone. Da Porcelina in avanti ho azzerato le mie relazioni sociali nel parterre. Li ho seguiti, mi sono rinnamorato, li ho maledetti per essere spariti così a lungo, li ho benedetti perché sono stati con me per più di tre ore, avevamo bisogno di guardarci di nuovo, e per bene, negli occhi.

 

Andrea Riscossa

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