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Marlene Kuntz: Nuotando tra Passato e Futuro

30:20:10 MK2 è la formula che annuncia il tour di Ottobre dei Marlene Kuntz in onore dei trent’anni di carriera e del loro album Ho ucciso paranoia: trent’anni di concerti e riconoscimenti a cui si è anche aggiunto il 5 Settembre il premio Migliori Musiche per lo spettacolo teatrale Il castello di Vogelod.
Riccardo Tesio, chitarrista e fondatore della band cuneese, ha risposto ad alcune delle nostre domande riguardanti il tour e l’evoluzione artistica dei Marlene.

 

Il 2019 segna i vent’anni dall’uscita del vostro disco Ho ucciso Paranoia e trent’anni di carriera, che celebrerete con 10 concerti doppi, in acustico ed elettrico. In seguito all’infortunio di Luca Bergia avete dovuto ripensare alle location dei live di Ottobre. Come sono state re-inventate le alternative?

Abbiamo scelto delle location non troppo distanti da quelle originarie, tutto compatibilmente con i club disponibili in quel momento. Stiamo cercando di fare uno spettacolo diverso da quello che il nostro pubblico è abituato a vedere, sia per il fatto che è diviso in due tempi, una parte acustica e una parte elettrica, sia per quanto riguarda la parte dei video. Due esperti hanno realizzato delle immagini che verranno proiettate dietro di noi durante il concerto, sarà uno spettacolo abbastanza particolare. I Marlene hanno suonato molto in Italia, ma nessuno ci ha mai visti come saremo in queste dieci date.

 

Cos’è stato Ho ucciso Paranoia al momento della sua uscita? Che significato ha per voi oggi?

I primi tre album sono i pilastri della nostra carriera e della nostra storia musicale. Catartica, Il Vile e Ho ucciso Paranoia hanno delimitato il perimetro dei Marlene Kuntz. Ho ucciso Paranoia è quello più sperimentale, abbiamo introdotto la componente improvvisativa che negli altri album non c’era, le cosiddette Spore, inteso come semi di nuova musica. Credo che sia stato il primo album ad entrare nella top ten della classifica. Tutti i nostri album li consideriamo tuttora validi ed attuali, sono stati tutti meditati in termini di scelte e produzione. Nel momento in cui un album esce ne siamo sempre soddisfatti, ed è sempre il meglio che possiamo fare.

 

 

A chi parlano i Marlene Kuntz nel 2019?

In generale ci piace pensare di rivolgerci a chi è interessato alla musica in maniera curiosa ma anche attenta. La musica può essere fruita in modi e momenti diversi, può essere di sottofondo o qualcosa che fa riflettere. Noi siamo più motivati verso un pubblico attento. Un disco nostro se ascoltato distrattamente può non piacere. Le sonorità sono un po’ strane, scelte armoniche possono risultare un po’ troppo ardite o i testi possono sembrare ostici, non ammiccanti, scomodi. Il primo ascolto può essere anche fastidioso. Chi invece è interessato ad argomenti meno semplici o non divertenti, approfondisce e piano piano trova delle sintonie o delle chiavi di lettura. I contenuti non sono necessariamente scomodi magari sono trattati in una maniera più particolare.

 

Tre momenti cardine di questi trent’anni?

Sicuramente gli inizi: nei primi 3-4 mesi dall’uscita del primo album successero diverse cose importanti.
Il primo, quando Ferretti, dei CSI si innamorò di Lieve: ci telefonò per spiegarci cosa era successo mentre ascoltava l’album e in particolare quel pezzo e poi ne fece una cover ai loro concerti. Quello è stato un momento molto importante perché noi eravamo all’inizio ed eravamo grandi ammiratori dei CCCP… è stato un momento molto emozionante. E’ stato il primo momento in cui mi sono detto che stava succedendo qualcosa.
L’incontro con Skin nel 2000. In quel periodo gli Skunk Anansie videro i nostri manifesti e chiesero al nostro discografico, che era anche il loro, di far loro sentire i nostri dischi. Nacque una collaborazione e fu una svolta per i Marlene Kuntz, ottenemmo maggiore visibilità e con questo arrivarono anche molte critiche. Pochi mesi dopo, il loro discografico gli fece ascoltare i provini del nostro nuovo album e da li nacque l’idea di fare un duetto per La canzone che scrivo per te, il cui testo si prestava in modo particolare all’interazione tra un uomo e una donna.
Il terzo momento non è molto conosciuto dal nostro pubblico, ma è stato molto importante: l’incontro artistico con Nick Cave. Cristiano, che capitava spesso ai suoi concerti perché amava molto Nick Cave, piano piano riuscì ad entrare anche nei suoi camerini. Nacque una specie di amicizia, una conoscenza tra artisti di paesi diversi, scambi di mail e di provini. Quando iniziammo a pensare di tradurre i nostri testi in inglese, Cristiano chiese a Nick Cave di dargli qualche dritta in merito alle traduzioni. Fu qualcosa di molto gratificante, dal punto di vista personale e artistico, fu uno scambio a livelli altissimi.

 

Milano 21 Settembre 2018, era in programma un concerto ai Magazzini Generali, annullato un giorno prima per motivi di forza maggiore. Avete suonato per i vostri fan davanti ai cancelli in acustico. Cosa pensate sia cambiato durante questi trent’anni nel vostro rapporto con loro?

Prima cosa si è alzata l’eta media del nostro pubblico. Il rapporto è molto diverso. Internet e i social fanno si che le informazioni viaggino molto più velocemente. Venticinque anni fa iniziammo a suonare tanto dal vivo e sostanzialmente incontravamo il pubblico solo nei concerti. All’epoca avevamo anche reso pubblica questa casella postale e chi voleva poteva scriverci. Ricevevamo molte lettere dai fan in giro per l’Italia. La comunicazione era molto diversa: le cose che arrivavano erano molto dense di sentimenti e di sostanza, perché inevitabilmente prendere carta e penna implica impegnarsi. Arrivavano meno lettere rispetto alle mail che arrivano oggi, ma ciò che arrivava era molto ponderato. Il contatto con il pubblico era attraverso i concerti e la casella postale. Oggi, scrivi una cosa su Facebook e dopo pochissimo hai già tutti i commenti. La sera prima dell concerto ai Magazzini Generali, quando arrivò la chiamata riguardo l’annullamento del concerto, scrivemmo un messaggio su Facebook per spiegare l’accaduto ai nostri fan. Di colpo ci arrivarono molti messaggi in cui i fan ci spiegavano la loro frustrazione per la notizia: c’era gente che veniva dalla Sicilia e aveva prenotato alberghi e comprato biglietti aerei. L’idea che qualche nostro fan potesse ritrovarsi li davanti con le porte sbarrate, ci rendeva molto frustrati. Da questo senso di sconforto nacque l’idea di annunciare che qualcosa sarebbe accaduto lo stesso senza essere troppo specifici, visto che c’era anche la questura di mezzo e c’era già molta tensione. Una volta arrivati lì, c’erano cento persone ad aspettarci. Una cosa del genere una volta non si sarebbe potuta fare perché non ci sarebbe stata l’opportunità di avvisare tutti così velocemente.

 

 

Il 5 Settembre siete stati riconosciuti del premio Migliori Musiche per lo spettacolo teatrale Il Castello di Vogelod. Com’è scrivere musica per il teatro? In che modo avete reso vostra l’opera di Murnau?

Da un po’ di anni facciamo sonorizzazione di film muti, consiste nel guardare le immagini e immaginarsi delle atmosfere. A noi piacciono i film un po’ inquietanti. Ci facciamo una struttura sentimentale, un canovaccio a cui corrispondono delle idee musicali come un giro di chitarra, un riff di tastiere ecc. Per questo spettacolo abbiamo utilizzato una componente improvvisata sviluppatasi ai tempi di Ho ucciso Paranoia. Questa scelta nasce dal volersi adeguare allo svolgimento del film senza essere troppo rigidi nel contare i giri. Osserviamo quello che sta per succedere nelle immagini e ci spostiamo su un altro livello musicale per gradi in modo più fluido. C’è una traccia ma anche una componente improvvisata. Il film è stato arrangiato in accordo con il regista lì in teatro facendo le prove, questo approccio ha permesso di creare uno spettacolo unico e diverso per ogni sera della messa in scena. Lo spettatore avverte in questo modo che ciò che sta accadendo è un happening unico e irripetibile. Questo approccio ci obbliga ad eseguire lo spettacolo molto attentamente senza rendere meccanica l’esecuzione. C’è un maggiore coinvolgimento emotivo e una maggiore attenzione da parte della band che si traduce in una resa migliore.

 

Quale sound avranno i Marlene Kuntz del futuro: si tratterà di un’ evoluzione dei range espressivi o dobbiamo aspettarci un crossover dalle tinte più attuali?

Sicuramente stiamo sperimentando cose abbastanza nuove, però è anche vero che il nostro modo di scrivere la musica è quello che abbiamo sviluppato in trent’anni di carriera. Noi cercheremo di fare qualcosa di diverso ma non so come verrà colto questa cosa, vedremo. Preferisco non svelare troppo: sicuramente lavoreremo con una strumentazione diversa e ci saranno dei cambiamenti nel modo in cui scriviamo, quale direzione dovremo prendere è ancora da definire.

 

Giulia Illari

 

Credit foto Full Band: Alex Astegiano

Credit foto Cristiano Godano Live @ Vidia Club: Simone Asciutti

 

 

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