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La nuova sfida di Funk Shui Project & Davide Shorty

Squadra che vince non si cambia: i Funk Shui Project tornano sulla scena, di nuovo in collaborazione con Davide Shorty, con un nuovo disco, La Soluzione, che sembra, già a partire dal nome, la naturale evoluzione del precedente lavoro, Terapia Di Gruppo. Nella pausa fra un album e l’altro, la formazione ha consolidato questa affiatata collaborazione, ha messo a fuoco alcune delle tematiche messe in luce fino ad oggi e approfondito argomenti, come quello dell’incertezza che ci riserva il futuro e quello dell’attenzione alla salute mentale, che fungono da spunto di riflessione e immedesimazione per chiunque si approcci a questi nuovi pezzi. Li abbiamo incontrati a Milano poco prima dell’uscita de La Soluzione, e ci hanno raccontato parecchie cose sulla genesi di questo nuovo lavoro e sulla vita che conducono come musicisti. 

 

Ciao ragazzi, come state? Com’è andata l’apertura a Daniel Caesar? Avete avvertito la responsabilità di salire su quel palco?

Jeremy: “Sicuramente è stata un’esperienza pregevole, esibirsi su un palco importante come quello del Fabrique è sempre bello. Daniel Caesar è un artista super valido, l’emozione è stata fortissima.”

Natty Dub: “Sì, abbiamo notato che appena saliti sul palco eravamo emozionati, che è una cosa che non ci capitava da un po’.”

Davide: “Sì, io per la prima volta da tempo, poco prima di salire sul palco ho avuto proprio la tachicardia, il cuore in gola, come si suol dire. Per me Daniel Caesar è una delle più grosse influenze dell’ultimo anno sicuramente, sia Freudian che Case Study sono due dei dischi che ho ascoltato e riascoltato.”

 

Quindi ve lo siete goduti anche come spettatori. 

Natty Dub: “Certo. È stato piacevole poi, al termine di tutto, poter avere a che fare con lui e la sua band, che tra l’altro si sono pure complimentati con noi per il nostro show, hanno apprezzato molto.”

Davide: “Daniel si è fermato a parlare con noi, ci ha chiesto cosa pensavamo del suo live e di come suonasse. Addirittura ci ha chiesto se avremmo aperto anche un’altra data delle sue (ridono).” 

 

Faccio un passo indietro: leggo ovunque che il vostro nome ufficiale è “Funk Shui Project & Davide Shorty”. È così che vi sentite? Vi rispecchiate in questo nome, quindi in due entità separate?

Natty Dub: “Mah, in realtà inizialmente volevamo uscire come Funk Shui Project e basta, proprio perché questo progetto prevede cambi di formazione o cambi di sonorità. Determinati vincoli discografici che avevamo all’epoca ci hanno portato a dover distinguere i due nomi, ma questo non toglie il fatto che noi ci sentiamo un unico gruppo, un’unica band, un’unica realtà, e probabilmente non è detto che continueremo a usare questa nomenclatura anche in futuro, vedremo.”

Davide: “Ma sì, poi rigirata non suona neanche male, ricorda tipo gli Sly & The Family Stone, George Clinton and The Parliament Funkadelic (ride). Perché no?!”

 

Come nascono i vostri pezzi? Qual è il vostro processo creativo?

Jeremy: “È una filiera corta: Dub fa il beat, io il basso, poi finisce a Davide. Poi chiaramente si va in produzione con tutti i disegni del resto degli strumenti.”

Davide: “La definirei quasi una catena di montaggio poetica, perché in questo caso non è un processo meccanico come quello tipico della fabbrica.”

 

I generi a cui attingete e a cui vi ispirate si basano spesso sull’ispirazione: quanto di questo accade anche durante la creazione dei pezzi e durante i vostri live? 

Davide: “Io personalmente amo fare freestyle, infatti in ogni live c’è uno spazio dedicato, mi piace interagire con il pubblico in maniera call and response. Sicuramente in studio c’è una buona dose di improvvisazione; senza quella non riusciremmo a creare. La prima cosa che faccio ogni volta che si crea un beat nuovo è improvvisare delle linee melodiche per capire cosa potrebbe starci bene. È tutto un go with the flow, lavoriamo in maniera molto naturale, quando una cosa non suona forzata significa che è quella giusta.”

Jeremy: “Se invece intendi l’improvvisazione jazzistica, certo ci ispiriamo tanto a quel tipo di musica, io personalmente poi ascolto tantissimo jazz… però non sono un jazzista. Live quindi non concepiamo tanto l’improvvisazione, anche perché amiamo, in termini di genesi del progetto, poter riprodurre quello che effettivamente produciamo.”

Davide: “È molto bello perché costruiamo il live insieme, e fino ad oggi è stato naturale riuscire a trovare un compromesso per cui tutti siamo soddisfatti di quello che mostriamo al pubblico. Non è sempre così, parlando con tanti colleghi ci rendiamo conto che non è semplice trovare un organico in cui si riesce a collimare tutte le teste, facendole andare d’accordo. Da questo punto di vista siamo davvero fortunati.”

Jeremy: “Io però vorrei comunque essere un jazzista, ma questo è un altro discorso, un’altra intervista (ride).”

 

Essendo le vostre sonorità molto internazionali, siamo spessi abituati a sentirle abbinate a un cantato in lingua inglese: avete mai incontrato difficoltà nell’adattare la lingua italiana al vostro sound?

Natty Dub: “Ascolto pochissime cose in italiano, e quelle che scelgo non sono contemporanee. Questo influenza il nostro modo di fare musica: in questo nuovo disco ci sono dei sample di musica italiana, di musica d’altri tempi, forse poco conosciuta, di compositori tipo Piero Umiliani e Ennio Morricone, quindi musicisti italiani che già all’epoca si affacciavano più ad un pubblico internazionale.”

Davide: “Anche perché penso sia d’obbligo inserire qualcosa che fa parte della nostra tradizione e della nostra storia, per mantenere qualcosa delle nostre radici mentre facciamo un genere che per background culturale in realtà non ci appartiene, ma che abbiamo studiato talmente tanto che in un modo o nell’altro è diventato anche nostro. Per quanto mi riguarda, ho scoperto il soul, il funk e il jazz a partire dall’hip hop, perché quando ho iniziato a fare rap mi sono trovato a dovermi fare le basi da solo e ho dovuto cercare dei campioni proprio nei dischi soul, funk, jazz. In ogni caso, penso sia importante essere specchio di quello che è il proprio tempo, nel modo più genuino possibile, nei confronti della musica e della cultura, che è una cosa che purtroppo in Italia non siamo abituati a fare. Per quanto riguarda l’utilizzo della lingua italiana, sicuramente tutti noi che abbiamo collaborato con questa formazione abbiamo una propensione alla selezione delle parole: scadere nel già sentito in italiano è molto facile, perché è una lingua estremamente dettagliata, e fare poesia e musica in italiano richiede dei suoni e delle parole ben precise per non sembrare scontato e banale, noi non vogliamo fare qualcosa che esiste già traducendolo in italiano, ma creare qualcosa di propriamente italiano che si ispira ad altro, ed è sottile la differenza.”

 

Il vostro nuovo album si intitola La Soluzione, e arriva dopo il vostro lavoro Terapia Di Gruppo. Questo album è un’evoluzione del precedente, come suggerisce il nome?

Jeremy: “Beh, è voluto, anche se non a tavolino. È stato un processo naturale.”

Natty Dub: “Ci sono tante cose, in questo disco, che mostrano un percorso di predestinazione, a partire dalla grafica. Abbiamo affidato entrambe le copertine ad Ale Giorgini, il nostro illustratore, e lui per realizzarle ha voluto semplicemente ascoltare le canzoni. Ne è emerso un primo disco dalle atmosfere più notturne, sul blu, e un secondo che ricorda il crepuscolo, sui toni dell’arancione, come dalla notte al giorno. Anche per quanto riguarda la musica, abbiamo puntato all’essenzialità, c’è meno arrangiamento dell’album precedente e meno sovraincisioni. Anche i testi, in “Terapia Di Gruppo” erano più simili a un flusso di coscienza, mentre qui certi messaggi sono più a fuoco. C’è più chiarezza e consapevolezza di quelle emozioni che trattavamo nell’album precedente.”

 

Una delle tematiche che mi ha colpito è quella dell’incertezza del futuro. Voi fate un lavoro che, più di altri, espone al rischio di precarietà, come vi sentite a riguardo?

Jeremy: “Arrivando da quindici anni in cui sono stato costretto alla subordinazione lavorativa per poter guadagnare uno stipendio che mi consentisse di coltivare questo sogno, ora me la godo con tutte le ansie del caso, penso “ben venga!”. Possiamo dire di farlo di professione, ed è una cosa che non scambierei con tutte le certezze di questo mondo.”

Natty Dub: “Certo è che bisogna fare dei sacrifici, perché nel caso di me e Jeremy, per portare avanti questo progetto abbiamo dovuto abbandonare tutti gli altri, musicali e non, che ci supportavano economicamente. Io consiglierei quindi a chi vuole intraprendere questa strada di concentrare tutte le proprie energie su un unico progetto, quello che più si sente proprio.” 

Davide: “Dal canto mio, posso dire che psicofisicamente è veramente dura. A livello psicologico devi imparare a volerti bene, perché non tutte le date vanno bene e ti danno la stessa soddisfazione. Devi ricordarti perché lo fai. È importantissimo anche riposarsi, soprattutto per me che uso la voce, tutte le mancanze che ho dal punto di vista fisico e lo stress psicologico si riflettono immediatamente sul modo in cui canto.” 

 

A proposito di tour: come imposterete i prossimi live? Ci sarà qualche cambiamento?

Jeremy: “Ci sarà Johnny Marsiglia, e questo già presuppone un’innovazione allo show. Porteremo il disco nuovo più qualche grande classico (ride) di Terapia Di Gruppo. Cercheremo di fare sempre di più. Quello che possiamo dirti è che varrà sicuramente la pena di venire a questi live. Abbiamo una voglia matta di suonare i pezzi nuovi.”

Davide: “Ci dicevamo ieri che tanto sappiamo già come andrà a finire, che alla fine di questo nuovo tour avremo in mano il prossimo disco.”

 

Anna Signorelli

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