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Raised Fist “Anthems” (Epitaph Records, 2019)

(pugni punk alzati al cielo)

 

L’hardcore non è solo un genere musicale: è una filosofia di vita, con una storia ben nota e un’evoluzione ancora da portare a termine. Nato in America negli anni ‘80 ha contagiato tutto il mondo, e in ogni zona ha assunto una valenza e una sua personale identità.

Testi politici, questioni sociali e individuali usando una musica veloce, riff semplici e scream, sonorità distorte e aggressive. Vediamo la nascita dell’anarcho punk, lo straight edge (promuovere uno stile di vita sano, ambientalista, animalista, e vegetariano).
La musica diventa uno strumento per divulgare una filosofia, uno stile di vita libero, autonomo e rispettoso, molto spesso con una visione nichilista (street punk).
Se guardiamo alla Svezia, comunemente nota come la mamma dell’Ikea, per i veri intenditori del genere è la patria del crust punk e del D beat (i Disfear).

Uno dei più importanti gruppi svedesi anni ‘90, i Raised Fist, col passare del tempo cedono alla sperimentazione del sound, contaminando l’hardcore puro con sonorità melodiche, abbassando la velocità di esecuzione e lasciando lentamente da parte i problemi politici, finendo per essere etichettati come alternative metal e post hardcore.

Per elaborare e comporre questo album ci hanno impiegato ben quattro anni, ma l’attesa aumenta il desiderio, no?

Tornano con Anthems, contenente dieci brani, dove l’hardcore possente svedese si fonde con parti melodiche, testi stringati, ritmi incalzanti.

Dal primo pezzo, Venomous, sono chiari il mutamento e la crescita,  le particolari doti vocali di  Alexander “Alle” Hagman che passa dal growl a toni più pacati, per dimostrarci che l’hardcore non è morto, sta solo cercando una sua dimensione per sopravvivere al cambiamento dei tempi. La tematica è puramente punk, quel senso di disagio, di sentirsi gli ultimi ma con la fierezza di non far parte della società, e di quanto quest’ultima lavori per spingerci sempre più in fondo. (If you are big, they want you small/Constant negative waterfall, fuck).

Belle schitarrate compongono l’inizio di Seventh, e durante i tre minuti di durata del brano sembra di essere tornati negli anni ‘80. Scream e growl a non finire, ritmi serrati e batteria pistata a morte. Sul finire entra a far parte del brano un interludio melodico, che sembra voler stemperare l’ambiente, per poi riattaccare con il classico stile hardcore.

Anthems (dà il nome all’album) più che un brano è l’inno della loro evoluzione musicale, dove ci presentano il loro sound. Il testo non ha significato se non quello di evidenziare le doti canore del frontman e il progresso stilistico in questi quattro anni di silenzio. Il loro vero e proprio inno, un cavallo di battaglia usato per specificare il loro intento.

Il ritmo rimane invariato nel quarto brano, Murder, dove assistiamo ad un’esibizione totalmente hardcore. Chitarre indemoniate e batterie fumanti, con uno scream profondo. Nonostante il testo della canzone, la band non ha ucciso la sua identità, ma ha subito un’evoluzione che mantiene il suo stile di pensiero, modificando e annettendo altri sound.

Una nota punk nostalgica suona in Into This World, testimonianza della loro esperienza (sono insieme dal 1993) non solo in campo musicale ma soprattutto nella società moderna. Precursori di un genere da cui hanno perso vita tante correnti tutt’ora presenti sulla scena musicale, ricordano con malinconia i tempi che furono, con uno sguardo al futuro, incitando i figli (forse in senso lato, intendendo i loro fan), a vivere in fretta, non avere rimpianti. (We let the music intensify/We almost lasted a lifetime/But one more thing before we close our eyelids/We have to tell our kids, to live fast, no regrets, and no fucking grids)

Shadows, bel rullante iniziale, mantiene l’aria dell’hardcore compatto, Oblivious dove il basso e la chitarra la fanno da padroni con un ritmo incalzante che si rilassa nel ritornello.

In Polarized, ammiccano al rapcore, ricordando a tratti i R.A.T.M., We Are Here è una fusione tra cantato growl e base più melodica, l’unico elemento hardocore punk è rappresentato dall’insistente batteria.

L’ultimo brano dell’album è Unsinkable II, che si presenta come circondato da un’aura di dolcezza, nonostante lo scream, sul finire il pezzo esplode. 

INAFFONDABILI, ecco come si può descrivere questa band. 

Hanno vissuto il periodo migliore per la scena hardcore, gli inizi, quando tutto era nuovo, quando tutto era ribellione e rivoluzione. Sono uomini ora, e subiscono i cambiamenti del tempo. In questo loro ultimo lavoro vogliono comunicarci che nonostante siano cresciuti, al loro interno la scintilla originaria è ancora ben viva.

Energia, doti canore e musicali, esperienza e voglia di creare un nuovo percorso.

Non è il “vecchio” che si adegua al “nuovo”, piuttosto una rivalutazione, e un’affermazione. 

Sono ancora qui, e direi per fortuna!!!

 

Raised Fist

Anthems

Epitaph Records

 

Marta Annesi

 

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