Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

Begin typing your search above and press return to search. Press Esc to cancel.
  /  Incontra   /  Tananai e l’importanza di seguire sempre il proprio istinto

Tananai e l’importanza di seguire sempre il proprio istinto

Tananai è senza dubbio un artista eclettico, dalle idee chiare e precise, in grado di rappresentare molto bene il suo immaginario sonoro e visivo. È uscito da poco il suo nuovo brano Calcutta, il cui titolo non parla della città ma proprio del cantautore capostipite della nuova generazione indie, con in mezzo tutta una serie di riferimenti alla cultura pop, da Cambiasso a Scamarcio.

Il pezzo è il suo quarto da quando ha deciso di lasciarsi alle spalle il passato da dj e producer. Fino a due anni fa era, infatti, noto come Not For Us. Ora è arrivata una nuova fase della sua carriera in continua evoluzione, che lo ha portato a scrivere testi in italiano e a raccontarsi come mai aveva fatto prima.

Siamo stati alla prima data del tour al Serraglio di Milano, organizzata da Culture Club e Humble Agency, e nell’occasione abbiamo fatto una chiacchierata con lui sul suo percorso artistico e non solo. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Ciao Tananai! È uscito da poco il tuo ultimo singolo Calcutta, ci puoi raccontare un po’ come è nato e di cosa parla?

“Il singolo parla, in modo un po’ ironico e un po’ no, di un problema che non riguarda solo me, ma che immagino sia anche di altre persone, ovvero quello di cercare di rifarsi ai propri idoli, non per forza nel settore musicale. Magari, all’inizio, in una cosa ritieni di non essere molto bravo e pensi: “Vorrei essere bravo a calcio e giocare nell’Inter come Cambiasso” oppure “Vorrei essere in grado di scrivere come Calcutta.” In linea di massima però è importante riuscire a trovare se stessi e il proprio modo di esprimersi. Infatti nel video prendo consapevolezza di questo e arrivo a spegnere, metaforicamente, con un estintore le fiamme di quell’inferno che ti porta costantemente a paragonarti agli altri.”

 

Il video segue in maniera coerente il concept alla base del pezzo. Come lo hai ideato e successivamente realizzato? 

“L’ho ideato con l’aiuto fondamentale dei miei videomaker, ma prima di tutto amici, Olmo e Marco, che mi seguono nei miei progetti fin dall’inizio. Abbiamo sempre realizzato video molto “street”, fuori dai canoni della comfort zone di un set. In questo caso, invece, volevamo trasmettere un messaggio un po’ più intimo, dal momento che il pezzo avrebbe potuto essere facilmente frainteso. Quindi abbiamo deciso di girare su un set, realizzandolo noi e seguendo fin dal principio tutto. Ho trascorso gran parte dell’estate così e nel mese e mezzo in cui lo abbiamo costruito ho visto più i commessi del Brico che i miei genitori. Spesso abbiamo dovuto superare delle difficoltà, infatti le pareti a volte tenevano e a volte no, abbiamo cercato di recuperare qualsiasi oggetto possibile, persino un ventilatore abbandonato per strada, vecchie foto e vecchi giocattoli. C’è da dire che è stato molto bravo in questo Marco, che si occupa più prettamente della produzione: ha creato una squadra di ragazzi che volevano fare qualcosa di bello, i soldi non sono mai stati un elemento portante in questo lavoro. Inoltre, abbiamo collaborato con Nico Cacace, un direttore della fotografia veramente bravo, conoscendo così il suo team. Insomma, c’era proprio una bella atmosfera, sono venute anche le nostre mamme sul set a farci da mangiare, abbiamo formato una squadra molto casereccia di persone davvero forti e siamo decisamente contenti del risultato.”

 

Parlando un po’ del tuo percorso artistico, sappiamo che hai un passato da producer elettronico. Come sei passato da Not For Us a Tananai decidendo di raccontarti in prima persona? 

Il passaggio è stato molto naturale. Ho sempre fatto, fin da quando ho 14 anni, essenzialmente musica elettronica e nel momento in cui è uscito il mio primo album come Not For Us, due anni fa, ho avuto una sorta di “depressione post-parto”. Per me quell’album non era solo il frutto di due anni di lavoro, era proprio la conclusione di un ciclo iniziato molto prima. Quando ho visto il disco concluso e pubblicato mi sono chiesto in che modo sarei potuto andare avanti con quel sound. Sentivo il bisogno di nuove sfide e ho attraversato importanti cambiamenti come l’andare a vivere da solo e la separazione dalla mia ragazza, mi sentivo una persona del tutto diversa. Questo, come Not For Us, non riuscivo a farlo trasparire. In generale, credo che non sia corretto continuare a fare un lavoro di un certo tipo se senti che stai attraversando una trasformazione. Penso, ad esempio, a grandi band come i Radiohead, che hanno pubblicato album diversissimi come The Bends e Kid A, assecondando la loro necessità di trasformazione artistica. Io sentivo che con l’elettronica quel che dovevo dire lo avevo detto e, influenzato dalla mia ragazza e dagli amici, ho ascoltato molta più musica italiana. Tutto ciò mi ha portato a scrivere in maniera estremamente diversa.”

 

A tal proposito, hai riscontrato particolari differenze di approccio in fase di scrittura e produzione? 

“Completamente. Non scrivo e non produco come facevo prima, sono molto più attento a quello che provo quotidianamente. In precedenza, quando andavo in studio e iniziavo il processo creativo, mi isolavo in tutta un’altra dimensione all’interno di cui lavorare. Ora, invece, osservo maggiormente ciò che mi circonda e ho ampliato la mia sensibilità.”

 

Ti trovi meglio a scrivere quando sei in un periodo negativo della tua vita o all’opposto, quando sei più felice? Perché spesso per molti artisti è più facile esprimersi in situazioni di difficoltà. Vorrei sapere cosa ne pensi, sulla base della tua esperienza.

“Bella domanda. Secondo me qualsiasi forma d’arte serve a controbilanciare una parte di te che non emerge facilmente. Io, essendo una persona estroversa, quando scrivo faccio uscire sempre un lato più malinconico che magari nella vita quotidiana non riesco a dimostrare. Ma, dall’altra parte, c’è anche chi può dare l’impressione di essere continuamente “preso male” e poi scrive testi al limite del satirico e della gag. Personalmente quando sono felice penso a vivere il flusso delle cose senza interromperlo, se ho un’intuizione magari la butto giù, ma più come promemoria, perché voglio lasciare spazio alle belle sensazioni di quel momento.”

 

Per concludere, ci potresti anticipare qualcosa sul tuo futuro artistico?

A breve faremo uscire un altro pezzo e poi sicuramente pubblicherò più cose possibili. Finora è uscita relativamente poca roba rispetto a quanta ne abbia effettivamente prodotta, per cui è arrivato il momento di farla sentire.”

 

Filippo Duò

Foto di copertina: Luca Ortolani

Leave a comment

Add your comment here