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Evviva i cambiamenti! Intervista ai Management

Sono le 18:00 del 15 Febbraio a Bologna e i Management sono appena arrivati al Locomotiv Club. Mentre il resto della band si prepara per il sound-check, mi dirigo nei camerini per l’intervista a Luca Romagnoli, frontman della formazione abruzzese.

 

Ciao Luca! Finalmente siete tornati con il nuovo disco, Sumo ed un nuovo tour a due anni dall’ultimo lavoro. Siete pronti a ritornare sul palco?

“Siamo prontissimi! Ci siamo preparati a lungo, anche perchè ci sono stati molti cambiamenti, di vario genere, anche nel modo in cui presentiamo i brani, sia nuovi che vecchi.”

 

Ve lo avranno già chiesto ma mi sembra una domanda dovuta: a proposito di cambiamenti, perchè avete fatto questo cambiamento di nome, da Management del Dolore Post-Operatorio al solo Management?

“Certo, domanda lecita! Tant’è che già prima ci chiedevano il perchè ci chiamavamo così ed ora che abbiamo cambiato, insomma un casino! Con il nuovo disco, Sumo, e questa nuova attitudine, volevamo cancellare tutta quella parte provocatoria e iconoclasta che ci ha rappresentato, dato che oggi se ne fa anche fin troppo uso a livello spettacolare. Vediamo contenitori senza contenuto e si fa fatica poi a distinguere la provocazione intelligente dalla sterile provocazione; tutto questo apparato ha cominciato ad avere sempre meno valore per noi. Ci siamo voluti concentrare fortemente sulla musica, sulla poetica, gli arrangiamenti, la produzione. Volevamo parlare solo attraverso le canzoni, su disco e dal vivo; dove prima c’era molto dialogo, quasi spesso un monologo fatto di rabbia e imprecazioni ora c’è pulizia. Vogliamo arrivare solo attraverso i nostri brani.
Quindi l’ultima provocazione è stata proprio quella del nome, che a livello estetico rappresentava la nostra parte schizofrenica.”

 

Parliamo del nuovo disco, Sumo, uscito lo scorso Novembre: l’ho ascoltato attentamente ed infatti ho notato questi cambiamenti che tu mi hai appena citato. Rispetto ai precedenti lavori c’è una diversa attitudine, sia nei suoni, sia ne testi finanche alla interpretazione. Meno irriverenza, meno rabbia, ma comunque sempre intenso e a tratti malinconico. Me lo hai già in parte accennato, ma cosa è cambiato?

“Siamo già arrivati al quinto disco e nei lavori precedenti abbiamo sempre registrato in maniera folle e compulsiva negli spazi che avevamo tra un tour e l’altro, con quell’urgenza di scrivere e non ci siamo mai fermati veramente. Così abbiamo deciso di fermarci: finalmente riesci a capire dove sei arrivato e quali sono le strade che vuoi prendere. Ci siamo resi conto che dal primo disco ufficiale, Auff, del 2012, erano passati 6 anni e che eravamo cambiati. Oltre ai cambiamenti di cui abbiamo parlato nella domanda precedente c’è stata una consapevolezza; ogni disco rappresenta un periodo e non per forza deve essere coerente col precedente, anzi io sono conto la coerenza artistica, per carità! Per cui ora volevamo raccontare questo nuovo periodo, con tutte le nostre incertezze, le paure, il dolore di un amore finito, una persona che non c’è più, un’assenza, una lontananza. Ci sentivamo di raccontare nuove cose ed è quindi uscito questo disco molto nostalgico, più malinconico, super intimo. Noi scriviamo tante canzoni prima di registrare e non ci sembrava che altre canzoni all’interno di questo disco avessero un senso.”

 

Come nascono le canzoni dei Management? Qual’è la filiera creativa?

Io e Marco di Nardo scriviamo sempre allo stesso modo, forse neanche tanto normale, in quanto lui si dedica esclusivamente alla musica, agli arrangiamenti ma senza conoscere la tematica della canzone, che io inserirò in un secondo momento. Lavoriamo a comparti separati ed io amo scrivere solo se già conosco la musica. Non riesco a stare 7/8 ore con foglio e penna in mano, non mi uscirebbe nulla! Devo avere già una musica in cui posso venire immerso.
Anche perchè uso quel tempo diversamente, vado al bar, mangio, bevo, mi masturbo! Mi viene assai facile invece lasciarmi trasportare dalla musica e scrivere in maniera istintiva e molto ritmica, mi piace che le parole abbiano un ritmo sulla musica.”

 

La vostra musica è influenzata da altri artisti o band? Avete dei riferimenti musicali?

“Proprio per il motivo che ti dicevo prima, per la modalità di scrittura, Marco è influenzato dai suoi ascolti per quanto riguarda la musica, io invece sono sempre stato appassionato del grande cantautorato italiano, i mostri sacri! Marco, essendo anche produttore, ha un ascolto più aggiornato e internazionale.”

 

Che ne pensate dell’attuale scena italiana?

“Non credo che ci siano dei geni, compresi i sottoscritti! Però devo dire che c’è tanta qualità e tante cose da dire e una cosa che io vedo in maniera positiva è che i giovani stanno sostituendo la vecchia guardia! Ma questo “indie” di cui molti si lamentano che sta diventando pop, non credo sia così! Semplicemente sta entrando nel mainstream inteso però non negativamente. Sta diventando la nuova musica nazionale, quindi non c’è più spazio per Albano, fenomeno relegato magari ai nostri genitori o ai nostri nonni. Ora per i giovani ci sono finalmente i giovani! Ed è una cosa buona che si sia creato tutto questo spazio, cosicché anche nel piccolo ci sono tante band “minori” che riescono ad esporsi. Quello che forse un po’ mi dispiace è che si sia quasi eliminata la questione alternativa, il mondo alternativo vero, quello contro, quasi non esiste più.”

 

 

Si, negli anni è un aspetto che è effettivamente cambiato, una volta c’era una differenza più netta tra quello che era visto come “alternativo” e il “mainstream”…

“Si esatto, noi una volta ci posizionavamo come alternativi e non avevamo nessuna intenzione o il pensiero di dire “Un giorno andremo a Sanremo”, oppure “Farò i palazzetti”, mentre oggi c’è questa possibilità ed è un pensiero di tutti. Questo è positivo, però esclude anche un pensiero, che è fondamentale nella musica, cioè di avere una scena che sia contro e che si ponga come alternativa totale alla televisione, alla radio, al sistema. C’è una sorta di omologazione, per forza di cose.
Però appunto sono fiducioso che nella storia, negli anni, arriveranno sempre dei giovani con la voglia di distinguersi e che vogliono rompere il culo agli altri giovani che fanno sempre la stessa cosa. Per esempio, fino a qualche anno fa, sono stati quelli della trap a farlo! Però adesso essendo diventata fenomeno mondiale, ripercorrono anche loro sempre i soliti cliché. Si è presa tutto lo spazio ma alla fine ora dicono tutti sempre le stesse cose, stessi argomenti.”

 

Quindi avete visto Sanremo?

“Bè si, in parte, distrattamente, ma comunque non me ne vergogno!”

 

Avete mai pensato di partecipare?

“Quando eravamo più piccoli, proprio per il discorso dell’alternativo, Sanremo era quella cosa, che schifo! Ora è diventato solo spettacolo, una vetrina, di conseguenza se uno vuole proporre la sua canzone ci può andare senza problemi, tanto non è in gara con nessuno. Però negli ultimi anni si sta facendo tantissimo spettacolo a discapito delle canzoni, che se ci si pensa, quali restano? Le canzoni per sempre ormai non esistono più, soprattutto in quel contesto, in cui Sanremo sembra quasi un Festivalbar, preparazione al possibile tormentone estivo e finisce là, non si crea un fenomeno culturale.”

 

Tornando al disco Sumo, mi ha colpito molto la citazione della poetessa Patrizia Valduga…

“E’ tutto legato al cambiamento, che nell’arte è fondamentale, cercare sempre una nuova verità, sperimentare. Siamo organismi biologici, sempre in continuo cambiamento e per quale motivo uno deve essere sempre uguale a se stesso artisticamente se dal punto di vista biologico, organico, non lo è? Quella quartina bellissima di Patrizia Valduga fa riferimento proprio al cambiamento continuo che fa si che io non sono quello di 10 anni fa, ma ero comunque io, diverso da ora. Al contempo chi mi guarda come può dire “tu non sei quello di prima”?!
Siamo quella cosa che cambia, ma tutti noi, a prescindere dalla musica.”

 

Avete un concerto, una situazione, che vi rimarrà indelebile per sempre?

“Sicuramente quello che non dimenticheremo mai, proprio perchè tra eventi unici e importantissimi della tua vita, quando siamo andati al Circolo degli Artisti a Roma, a breve distanza dall’uscita di Auff (2012). Eravamo ancora quasi sconosciuti, ci siamo ritrovati invece con il locale pienissimo e non ce lo aspettavamo! Soprattutto abbiamo fatto un bellissimo concerto, forse il migliore di tutti.”

 

Invece concerti che andate a vedere?

“Io sinceramente non vado spesso a vedere concerti, mi dà un po’ fastidio stare in piedi stretto in mezzo alla gente, mi viene l’ansia, mi fa male anche la schiena! Però l’ultimo concerto, fammici pensare! A parte qualche cosa indie l’ultimo grosso concerto è stato Vasco Rossi.”

 

Per quanto riguarda i testi, scrivete in italiano. Una scelta naturale o una presa di posizione? Avete mai pensato di rivolgervi a un pubblico internazionale?

“Abbiamo da sempre scritto in italiano, dando importanza alla nostra lingua, al testo, alla poetica, di quello che diciamo al pubblico tra una canzone e l’altra; è sempre stato molto importante.
Non abbiamo nessuna pretesa di andare a suonare all’estero, anche se in realtà ci siamo andati.
Mi piace quando il pubblico ascolta e capisce bene la tua lingua e recepisce le emozioni.
C’è da dire che una volta suonammo a Berlino davanti a un pubblico esclusivamente tedesco ed è stato molto bello per l’approccio diverso all’ascolto; tutti si facevano prendere dalla ritmica, ballavano senza ovviamente capire le parole. Bellissimo. Però a me, che scrivo soprattutto i testi, piace che si capisca e in Italia si fa molta più attenzione alle parole che in altri paesi.”

 

Al di là di questo tour, progetti futuri?

“Noi vogliamo solo scrivere canzoni, quindi finito questo tour ci rimetteremo a scrivere il disco nuovo e lo vorrei far uscire il prima possibile, perchè siamo stati fermi due anni e siamo impazziti. Un po’ di pausa l’abbiamo presa, abbiamo capito chi siamo, vediamo che succederà, magari sarà completamente diverso ma lo vogliamo fare subito perchè aspettare altri due anni fa male!”

 

 

Siddharta Mancini

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