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Pearl Jam “Gigaton”: Di Come Un Disco Non Sia Solo Musica

Tier II

 

Il 20 giugno del 2014, il signor Edward Louis Severson III, davanti a 60.000 persone in estasi, pronuncia un breve discorso, dopo due ore e mezzo di musica. Guarda in alto, gli spalti di San Siro, sorride alla transenna. Sente un senso profondo di comunione, tira fuori il suo block notes e in inglese, tra qualche fuckin’ e un gran gesticolare ci fa capire che nonostante tutto, nonostante tutti, si deve perseguire la strada della pace, dell’amore, della collaborazione. 

“We can win, we will win.”
Accordi di chitarra. Alive.
Lo conosco a memoria, quel live è stato la colonna sonora delle mie corse per l’intero anno successivo. I Pearl Jam sono colonna sonora dal 1991. Sono, in realtà, intrecciati con le nostre storie personali e questo offusca sicuramente il giudizio su un nuovo lavoro, come può essere Gigaton.

Tuttavia qualcosa è successo, quasi subito, dopo pochi ascolti. Una qualcosa di simile mi accadde con Vitalogy, c’era un senso di fondo che chiamava a nuovi esami, nuovi ascolti. 

Li ho nelle orecchie da così tanto tempo che risentire quel formicolio è stato davvero esaltante. Il mio quinto senso e mezzo chiamava a gran voce e così mi sono tuffato in uno studio matto e disperatissimo del loro ultimo lavoro. Ero alla ricerca del perché mi fosse piaciuto subito. Evento raro, quasi da sentirsi in colpa. 

Sia chiaro, l’opinione altrui, in questi casi, soprattutto se social, per me è inesistente. Il rapporto con un album è mediato solo dalle cuffie, tutto il resto è distrazione non necessaria. Ascolto e posso trovare interessanti punti di vista diversi, ma innanzitutto ho bisogno di strutturare un’opinione. In questo caso poi, devo razionalizzare una sensazione ombelicale, sfida affascinante ma ardua. 

Kandinsky sosteneva che l’azione nel quadro non deve aver luogo sulla superficie della tela materiale, ma in “qualche punto” dello spazio illusorio. È una dinamica virtuale, la stessa che cerco di mettere a fuoco.
Frank Zappa (attribuzione incerta, avviso) ha sostenuto che parlare di musica sia come “ballare sull’architettura”. 

Ecco, per cerchi concentrici mi avvicino. Eddie Vedder vive di ossimori e sinestesie. Canta di cose tremende, di vissuti pesanti, con melodie meravigliose e lo fa mandando in corto circuito musica e testi. È frizione continua, soprattutto nei primi dischi, con Vitalogy in testa. 

Per la prima volta, invece, in Gigaton sento venire meno questo gioco di costruzioni, mi sembra di vederci quasi un ragionamento che si muove dalla prima traccia per terminare con River Cross. Non mi spingo a parlare di concept album, ma qualcosa di simile serpeggia tra i solchi del disco. È un rinnovato umanesimo nei testi, che si concentrano sull’essere propositivi, perdendo quel furor giovanile.
Sembra un’Alive, trent’anni dopo: “Oh, and do I deserve to be?”
Beh, certo che lo meriti, e sei ancora vivo perché hai trovato una strada, l’hai, a dirla tutta, cantata attraverso undici dischi, dieci dei quali piuttosto adirato. 

Cito, sparse:

“All the answers will be found
In the mistakes that we have made”
Who Ever Said

“Right now I feel a lack of innocence
Searching for reveal, hypnotonic resonance
[…]
don’t know anything, I question everything”
Superblood Wolfmoon

“Freedom is as freedom does and freedom is a verb
They giveth and they taketh and you fight to keep that what you’ve earned
We saw the destination
Got so close before it turned
Swim sideways from this undertow and do not be deterred”
Seven O’Clock

Seven O’Clock ci ricorda la sesta legge del surf: mai nuotare controcorrente. La corrente va attraversata per raggiungere l’obbiettivo.
Vedder nel ‘91, seppur surfista, non riusciva a far uscire le leggi dell’Oceano fuori dall’acqua.
Quick Escape è una fuga nello spazio, verso Marte (crediti a Bowie, ovvio), perché più alto è il nuovo punto di vista, migliore e più precisa sarà la percezione. È una ritirata programmatica, robe da Sun Tzu, per raccogliere le forze e iniziare a rimboccarsi le maniche, come spiega magistralmente in Seven O’Clock con quel “Freedom is a verb”, che ci ricorda che spesso le parole hanno richiesto sangue e tanta vita, prima di godere di un significato.
Qui si parla della potenza del linguaggio, della parola. La poesia, anche nelle canzoni, scopre il mondo come se fosse nuovo, è uno sguardo magico che riesce a intravedere nuove corrispondenze (crediti a Baudelaire, ri-ovvio).

È un viaggio a rotta di collo nel Vedder-pensiero, che forse, a vederla bene, unisce la band molto più delle derive musicali dei cinque, sempre più distanti per gusti, ma capaci, nella dinamica interna del disco, di usare questa diversità come un punto di forza, per cambiare registro, punto di vista, ritmo, per regalarci, a conti fatti, un’esperienza molto più ricca e ampia. 

Nelle prime tracce c’è l’analisi, c’è l’indulgenza per i limiti del nostro essere, c’è la presa di coscienza.
Poi l’album, il Pensiero di Gigaton, fattosi forte e diventato adulto, affronta il lutto, superandolo in Comes Then Goes, si prende la scena intera in Retrograde quando i nostri ci avvisano che il messaggio è arrivato a destinazione, le coscienze sono deste e hanno rumore di tuono.
In River Cross si ripete “Can’t hold me down” che in breve diventa un “Can’t hold us down”. Il compito è portato a termine, il testimone è stato passato. 
Share the light”.
Che apre un menù a tendina di collegamenti possibili a partire da Prometeo che, prometto, vi evito.
Ode ai Pearl Jam, che hanno mandato in soffitta la resilienza, riesumando la resistenza, usando le parole, la poesia. Gigaton ha dei testi decisamente alti, a mio parere. Del resto un loro concittadino, vissuto qualche anno prima e dipartito a ventisette, sosteneva che “Bisogna cercare dentro ai dischi se volete trovare la poesia contemporanea”. Ben detto, Jimi. 

A volte capita che un album venga accolto a braccia aperte anche solo per il contesto in cui capita.
Altre volte accade che un album ha un messaggio così universale che è impossibile non cogliere il significato profondo e ideale.
Infine ci sono casi come Gigaton, che non è un album perfetto, per carità, ma ha una tale densità che risulta avere, per me, l’unica caratteristica che conta: il desiderio di riascoltarlo. Esplorarlo. Conoscerlo e inserirlo nella storia della mia relazione con i Pearl Jam, una storia fatta di specchi, di cambiamenti, di tradimenti, anche di separazione, ma che continua, incredibilmente, a lasciarmi folgorato, su un prato, quando parte una Corduroy o una Porch, a lasciarmi un sorriso quando, nelle cuffie, passa una frase di vent’anni prima perfetta, calzante, per quel momento lì.

 

Andrea Riscossa

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