Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs “Viscerals” (Rocket Recordings, 2020)

“Alternare Waxahatchee agli Unsane è da smidollati musicali. Però dà un gusto incredibile”.

Mi è capitato di leggere questo tweet, un paio di giorni fa, e mi ci sono fermato su, primariamente per l’accento sulla a, così raro da trovare, e poi perché parla di me. In pieno. Anche se è forte il rischio di entrare nella annosa questione “ – che musica ascolti? – un po’ di tutto”, che da decenni fa trasalire noi onnivori, è così. Non so se sia da smidollati, può darsi, ma che gusto ci dà tutto ciò? Anzi, è proprio questa l’essenza. 

Ad ogni modo dopo aver visto il mio impianto audio monopolizzato per giorni dalla sopra citata Waxahatchee, ora è arrivato l’ultimo disco dei Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs, Viscerals, uscito da qualche giorno per la Rocket Recordings (etichetta che annovera gruppi tipo Goat, Shit and Shine, tra gli altri, gente non proprio raccomandabile) a reclamarne legittimamente la titolarità. 

E sfruttando (e mi scuso per la scarsa fantasia) il famoso adagio pronunciato da Mario Brega “’sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma”, di piuma in Viscerals non se ne trova, nemmeno a scavare in fondo, nemmeno se vi mettete a setacciare con la più grande pazienza possibile, in stile Tom Waits in The Ballad of Buster Scruggs. Vi potrete imbattere in ferro, acciaio, diversi altri tipi di leghe, ma sempre comunque pesi specifici importanti.

Prima però mettiamo un po’ d’ordine: i Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs (d’ora in avanti Pigs*7), sono un quintetto inglese, giunti al quarto disco, non hanno una pagina dedicata su wikipedia (ammetto che a me ha fatto un certo che, considerato che vi si trova cani e porci) e ascoltare un loro album equivale a trovarsi richiusi in una centrifuga, infatti per quanto possiate sforzarvi a mantenere una posizione e ad evitare di sbattere ovunque, ogni vostro tentativo risulterà vano. Vi fidate? Sono un gruppo pazzesco. Su disco certo, ma soprattutto live. E ve lo dice uno che non li ha mai visti. Ma utilizza youtube. Convengo che sia quasi paragonabile a visitare il mondo grazie a Street View, ma diciamo che un’idea uno riesce a farsela.

Questo Viscerals si presenta come uno sturm un drang di meno di quaranta minuti di durata ed otto canzoni, sette se consideriamo l’intermezzo pseudo industrial di Blood and Butter (che il “todays menu” presentato dallo chef sia un rimando alla copertina splatter?), che dall’iniziale e travolgente Reducer alla conclusiva Hell’s Teeth viaggia su ritmi che variano tra l’inarrestabile, l’impetuoso, l’incessante e il vorticoso.

Ci potrete sentire (o quanto meno è così per me) sicuramente i Dead Meadow (per esempio in Rubbernecker), però in una versione nel quale l’accezione lisergico/psichedelica viene soppiantata, in toto, da quella incazzosa/viscerale. E da qui il nome del disco, quanto mai azzeccato. Oppure in New body, vera gemma dell’intero disco, un’orgia sonora di oltre sette minuti, lungo i quali echeggiano rimandi dei Jesus Lizard della trilogia Head/Goat/Liar, con il cantato/sguaiato/urlato di Matt Baty che abbraccia ora David Yow, ora il John Lydon P.I.L. era.

Finale 1: Se vogliamo trovare una pecca a questo Viscerals è probabilmente l’assenza di un’alternativa, la mancanza di altri registri, altri linguaggi, si parte premendo sull’acceleratore, chitarre, basso e batteria a saturare tutto il saturabile, ogni tanto si alza il piede, ma di utilizzare il freno non se ne parla. Dedicato agli amanti del genere.

Finale 2: Il punto di forza di questo Viscerals alla fine è proprio questa fedeltà e questa coerenza nel portare avanti un’idea, un concetto, e ad essere riusciti a crearsi un proprio stile ed un proprio linguaggio immediatamente riconoscibile e a seguirlo in maniera totale e devota. È un esercizio ed una prova di grande consapevolezza e forza, non un limite. E il risultato finale ne è viva dimostrazione.

Per dirla alla Quelo, “la seconda che hai detto”.

 

Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs Pigs

Viscerals

Rocket Recordings

 

Alberto Adustini

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