Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Stu Larsen “Marigold” (Nettwerk, 2020)

Avete presente quelle giornate che partono male, nelle quali vi infastidisce tutto, dalla sveglia (la mia è It’s a Wonderful Life d(egl)i Sparklehorse, da anni, quindi parto meglio di molti altri… dai, quell’inizio dolce, a mò di carillon, che meraviglia è!), al tragitto a lavoro, a qualche scocciatura di troppo, ma che pian piano che passa il tempo si raddrizza, un piacevole incontro fortuito, una notizia inaspettata, insomma quello che volete, ci rinfranca e arrivi a sera che dici “beh, viste le premesse è andata davvero bene!”.

Tutto sto preambolo per dire cosa? Che il nuovo disco di Stu Larsen mi ha provocato grosso modo le stesse reazioni. 

Doveroso inciso contestualizzante: Stu è nato quarant’anni fa a Dalby, una cittadina dell’entroterra australiano, a circa 200 chilometri dal mare (e da Brisbane), e diverso tempo fa ha preso la decisione di tagliare diversi ponti con la società civile; ad esempio non ha un indirizzo di residenza, vive un po’ ovunque, pubblica(va) la propria musica tramite autoproduzioni ed etichette indipendenti, si sposta senza una meta e senza una modalità prestabilita , dormendo ora da amici ora dove capita. Molto amico di Passenger, col quale ha girato spesso in tour, potremmo ascriverlo, per mero fine catalogativo (madonna che brutta parola…) nel macro insieme cantautori folk.

Ora il suo terzo disco, Marigold, si presenta con We Got Struck by Lightening, brano che potrebbe tranquillamente essere uscito dagli East Coast Studios durante le sessions di registrazione di Sigh No More,  prosegue con Hurricane, che mi ricorda nemmeno troppo vagamente i Dire Straits, e Whisky & Blankets e il suo ritornello che ti pare di aver sentito in altre cento canzoni a chiudere questo tris dal sapore appena appena (ironico) derivativo. Mi pare dicano così quelli bravi.

Quando sembra che oramai l’andazzo sia segnato e ti rassegni ad una giornata negativa, arriva il primo incontro fortuito, la notizia inaspettata, che ha le fattezze di Wired Crossed, che riporta l’ascoltatore in territori più personali, intimi, larseniani, meno esuberanti e (f)estivi. Wide Awake & Dreaming conferma l’inversione di rotta, col falsetto di Stu a cullare assieme al violino e si rallenta ancora, con il piano dolce di Where Have All the Leaves Gone.

Il disco mantiene livelli decisamente alti, senza cedimenti né incertezze, ci si concede qualche digressione in lingua d’oltralpe (Je Te Promets Demain), a rimarcare il suo status di cosmopolita (o apolide, meglio mi sa), mentre i titoli di coda vengono messi da Phone Call from My Lover, delicata ballata sospesa a declinare ancora una volta l’amore in uno dei suoi mille volti: 

“Darling I love you, but I think it’s time to let go,
darling I love you but I guess it’s time to let go,
darling I love you, but I know it’s time to…”

 

Stu Larsen

Marigold

Nettwerk

 

Alberto Adustini

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