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Muzz “Muzz” (Matador Records, 2020)

Cosa succede quando un Paul Banks particolarmente ispirato si riunisce, con l’aiuto di Matt Barrick (batterista di The Walkmen e Fleet Foxes), con il suo amico di vecchia data Josh Kaufman? Nascono i Muzz.

Con questa premessa, abbiamo ascoltato l’omonimo album di esordio Muzz uscito per Matador Records e il primo pensiero è stato “questi tre suonano come Interpol e The National messi insieme”, ma senza le atmosfere cupe dei primi né la malinconia novembrina dei secondi. Coincidenze? Direi proprio di no, dato che degli Interpol c’è l’inconfondibile voce, Banks, e dei National c’è un compositore e arrangiatore, Kaufman. E poi c’è Barrick, che ci mette del suo con una battuta rarefatta qua e là in attacco a Bad Feeling o creando eleganti atmosfere da oscuro club jazz in How Many Days.

Nonostante sia particolarmente evidente individuare i gruppi di appartenenza o le affiliazioni precedenti dei nostri tre, quello che non è affatto prevedibile è il risultato di questa collaborazione: stili e retaggi ci sono, ma sono solo il trampolino di lancio per un disco che ha un’anima e un’identità tutta sua.

L’apertura è affidata a Bad Feeling, anche singolo, che entra in punta di piedi, quasi parlando, e sfoggia un finale in crescendo di ottoni molto National. Con questa premessa, si scivola in Evergreen, un gioco di echi e atmosfere languide dal sapore vagamente War on Drugs per poi tornare ai National con Red Western Sky.

Da qui l’album prende una direzione particolarmente cinematica e si stacca da riferimenti noti per definire l’identità propria del gruppo: un’infilata di brani che, chiudendo gli occhi, liberano l’immaginazione dell’ascoltatore portandolo da un film in bianco e nero (Patchouli) ad una danza avvolgente in una piazza di paese assolata (Everything Like It Used To Be).

Ascoltare questo album è come assaggiare lo sciroppo di Mary Poppins: ad ogni cucchiaio senti il sapore che ti piace più sentire in quel momento, ti lasci andare alle immagini che i brani evocano, senza un filo conduttore preciso ma tutti accomunati da un’elegante raffinatezza compositiva e stilistica.

Il cuore dell’album lo troviamo in due pezzi ugualmente evocativi e contrapposti: Broken Tambourine, con la sua intro di piano tranquilla, dolce, il cinguettio degli uccellini, è una canzone che sa di cielo lilla del tramonto, un patio, probabilmente un dondolo che guarda al viale alberato che porta all’ingresso di una casa del Sud degli Stati Uniti e richiama atmosfere da film degli anni ’50.
Di tutt’altra pasta è invece la galoppata di Knucleduster: un tiro irresistibile, la voce di Banks, capace di una dolcezza che si può notare raramente con gli Interpol, si apre come uno squarcio di sole tra le nuvole dando all’ascoltatore un senso di speranza.

Se Chubby Checker è un pezzo rarefatto e senza fronzoli, How Many Days si distingue, oltre che per gli arrangiamenti tendenti all’improvvisazione jazz già menzionati, per il calore seducente del cantato, come cachemire che scivola sulla pelle.

La chiusura dell’album è una tripletta di brani ben costruita: si inizia con Summer Love eterea e stratificata, malinconicamente inesorabile come le ombre che a fine estate si allungano sempre di più e baciano fredde la pelle abbronzata.
Si prosegue con All Is Dead To Me che riscalda l’atmosfera con l’uso profuso degli ottoni e creando dissonanze melodiche. Si giunge infine a Trinidad: il corno, una canzone crepuscolare, una ninna nanna, un commiato gentile.

Alla fine dei 43 minuti di ascolto l’album di esordio dei Muzz ci ha presi per mano e portati in quel posto dell’immaginazione dove la musica proietta film sul retro delle nostre retine, un posto sicuro fatto di melodie che riecheggiano una bellezza assodata e al contempo ci hanno fatto scoprire nuove sonorità che solo l’incontro tra tre artisti così ben assortiti come Banks, Kaufman e Barrick poteva generare.

 

Muzz

Muzz

Matador Records

 

Francesca Garattoni

 

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