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Achille Lauro “1990” (Elektra Records, 2020)

Cosa aspettarsi quando non si sa cosa aspettarsi 

 

Ho 21 anni. Sono nata nel 1999 e, come canta Fulminacci, anche io sono di fine millennio. Faccio parte quindi di quella generazione di confine a cavallo tra i veri ‘90s Kids, che gli anni ’90 e la loro musica li hanno vissuti davvero e non tramite serate revival nei locali, e la Generazione Z che si sta prendendo il proprio spazio nel mondo a suon di Tik Tok, mentre il mio primo pensiero quando sento questa parola continua ad essere l’iconico brano di Ke$ha del 2009. 

C’è qualcuno che meglio di me saprebbe parlare del significato, dell’impatto degli anni ’90? Sicuramente sì.

E in effetti qualcuno di recente l’ha fatto. 

Quel qualcuno è Achille Lauro.

Anticipato ad ottobre dall’omonimo singolo, che già aveva lasciato presagire un progetto irriverente e fuori da qualsiasi schema, 1990 è un album strano, ma in senso buono. Non è esattamente quello che ci si aspettava a giudicare dalla promozione sui social, ma d’altronde stiamo pur sempre parlando di quell’artista che a febbraio, sul palco dell’Ariston, ha fatto giocare tutto il pubblico al totoperformance. In effetti, qualsiasi tipo di aspettativa era superflua. Bisognava solo ascoltare e lasciarsi stupire o, eventualmente, restare delusi.

Ci era stato presentato come un disco di sette canzoni, sette hit che hanno fatto la storia della musica dance rivisitate in chiave “Lauro”, che ormai sta diventando un vero e proprio marchio di fabbrica. Si aggiunge la collaborazione con altri sette artisti che non potrebbero essere più diversi tra loro. Una commistione di pop, dance, rap e trap che va da Ghali a Capo Plaza, da Annalisa a Massimo Pericolo. 

Quello che più colpisce di 1990 è il modo in cui è stato impostato: non è una semplice raccolta di cover, come ad esempio è stato fatto l’anno scorso con Faber Nostrum, l’album che raccoglieva una serie di canzoni di Fabrizio De André reinterpretate da alcuni nomi della scena indie italiana. Qui, di fatto, si è verificato il contrario, unendo alle basi riarrangiate di alcuni grandi successi degli anni ’90 dei testi completamente diversi ma che nel complesso si adattano bene, ovviamente con pezzi meglio riusciti di altri, come accade in qualsiasi esperimento. 

Paradossalmente, le migliori uscite sono state proprio quelle più azzardate e meno scontate: Blu, che dell’originale ha giusto il titolo simile e vagamente la base, per poi essere stata trasformata in una ballad (tra tantissime virgolette) sullo stile malinconico di Zucchero e Sweet Dreams, in collaborazione con Annalisa che mai avrei immaginato in queste vesti. 

Insomma, una mossa intelligente da parte di Achille Lauro, perché così dribbla in modo intelligente e creativo l’annoso confronto con gli originali, proprio perché non c’è nemmeno l’intenzione mettersi a confronto, anzi, al massimo vuole omaggiarli, come dimostrano i featuring con Alexia in You and Me o con gli Eiffel 65 in Blu. 

Ma come per tutto ciò che fa Lauro, non si può parlare di questo album solo dal punto di vista musicale. 1990 è un vero e proprio racconto autobiografico, dove le canzoni sono inframezzate dalla narrazione di un passato che è tutto meno che roseo ma che lo stesso performer non ha mai nascosto al pubblico. “Questa è come una testimonianza”, dice con quella voce roca, un po’ da poeta maledetto, all’inizio di 3 Ore a Notte. 

Quella stessa voce da poeta maledetto che usa anche in Ave O Maria e che insieme alla (s)vestizione di San Francesco a Sanremo probabilmente costituirebbero gli estremi per una scomunica…

In definitiva, ci ritroveremo a ballare queste canzoni alle serate dance tra 20 o 25 anni, come effettivamente sta succedendo alle loro iconiche versioni-madre? Onestamente non credo, ma del resto non è con questo album che un personaggio come Achille Lauro mirerebbe all’immortalità.

Però, con la loro costante sovrapposizione tra passato e presente che strizza l’occhio prima ad una generazione e poi all’altra grazie a riferimenti anacronistici e decisamente poco ‘90s, sicuramente le balleremo adesso e ci divertiremo pure un sacco, come già ci aveva dimostrato tra una Rolls Royce e un Bam Bam Twist.

Ma soprattutto 1990 farà parlare di sé e del suo autore. 

Tanto, tantissimo, sia bene che male e a volte anche contemporaneamente. 

Proprio come per i poeti maledetti. 

 

Achille Lauro

1990

Elektra Records

 

Francesca Di Salvatore

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