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The Zen Circus “L’Ultima Casa Accogliente” (Polydor/Universal, 2020)

Negli ultimi mesi abbiamo sentito parecchio parlare di casa, forse troppo e forse nemmeno in modo così accomodante, ma piuttosto senza troppi fronzoli. Però, nel loro nuovo album L’Ultima Casa Accogliente, che arriva dopo un 2019 di festeggiamenti tra i vent’anni di carriera, i dieci del disco Andate Tutti Affanculo, l’omonimo romanzo e il Festival di Sanremo, gli Zen Circus reinseriscono questa parola in un altro paradigma, fuori dall’attualità: la casa diventa il nostro corpo – e prima ancora il corpo di nostra madre — con una marea di immagini che vi ruotano attorno. Un corpo che può essere prigione da cui volersi liberare, come in Catrame, o può essere rifugio e rassicurazione, specie se condiviso con qualcun altro. 

Certamente anche in questo disco si potrebbero trovare dei riferimenti a ciò che stiamo vivendo, ma ridurlo a questo pare un dispetto nei suoi confronti. Perché sì, è facile leggere un po’ di attualità in strofe come “Il cielo è un tetto sopra le case / quindi alla fine non usciamo mai” di Appesi Alla Luna oppure “quanto è difficile da immaginare / come una guerra dove non si muore /o una malattia che non ha sintomi e anche senza cura / non dà dolore” di Come Se Provassi Amore. Eppure, farlo sembra una cattiveria, quasi a togliere a queste canzoni quell’aura di poesia un po’ brutale che le rendono universali e non dovrebbero, quindi, perdere mai.

Già, perché se c’è una cosa che è da sempre parte integrante della discografia degli Zen Circus è la potenza che attribuiscono alle parole. Quella non cambia mai, forse è solo meno cattiva rispetto a dieci anni fa, quando cantavano Gente di Merda, ma resta comunque una forza brutalmente sincera nella sua poeticità.

Resta anche l’impegno, la volontà di far passare un messaggio che vada oltre e scuota un po’ le coscienze. Emblematica è la fine di 2050, che cerca di predire come sarà il mondo tra trent’anni piantando però il seme del dubbio: tutto quello che facciamo spinti dalla voglia di progresso servirà a qualcosa? “Abbiamo fatto tutto / abbiamo fatto niente” recita l’ultima strofa, alla fine di un climax che è un po’ anche il marchio distintivo dell’album. 

È raro infatti che queste canzoni seguano la struttura classica e ripetitiva di strofa e ritornello. Al contrario, e forse contro logica, è molto più facile trovare pezzi in cui tutto è un crescendo, dalla musica alla voce che si fa sempre più carica. C’è poco che si ripete, per lasciare invece spazio ad una sorta di tensione verso l’alto. Già si vedeva nel secondo singolo pubblicato, Catrame, dove le prime frasi sono addirittura cantate a cappella prima di lasciar spazio anche a chitarra e batteria, ma si sente ancora meglio in Non, che inizia con una base di pianoforte, per poi aggiungere gli altri strumenti uno alla volta. Anche la voce diventa sempre più forte, arrivando quasi ad urlare, per poi sfumare alla fine.

Insomma, un album più suonato che pensato, per citare la stessa band. Un racconto eterogeneo dove ogni pezzo ha la sua parte, ma alla fine tutti sono legati da un unico filo conduttore, da tante immagini comuni. 

E ascoltarlo, in qualche modo, lascia un po’ la sensazione di un ritorno a casa, ma una di quelle che si conoscono bene. In cui ci si sta volentieri. 

 

L’ultima casa accogliente

The Zen Circus

Polydor/Universal

 

Francesca Di Salvatore

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