Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

Begin typing your search above and press return to search. Press Esc to cancel.
  /  Ascolta   /  Viadellironia “Le Radici sul Soffitto” (Hukapan, 2020)

Viadellironia “Le Radici sul Soffitto” (Hukapan, 2020)

Saturno Notturno

 

Bernhardt, il pezzo che apre questo disco, in poco meno di tre minuti, presenta una delle chiavi di lettura della prima opera delle Viadellironia, e lo fa con una densità di riferimenti impressionante, sia letterari sia musicali, e con un peso specifico del testo che cresce per accumulo durante lo scorrere delle immagini evocate. Il sottile disagio che si prova nel constatare la propria inadeguatezza a un mondo molto più basso delle proprie aspettative, reali e culturali, è uno dei temi: vorremmo essere Sarah Bernhardt alla prima della Tosca, ma siamo mosche, che contemplano la merda.

Un bellissimo biglietto da visita.

Benvenuti sulla giostra delle Radici Sul Soffitto opera prima di Maria Mirani, Giada Lembo, Marialaura Savoldi, Greta Frera, pubblicate da Hukapan, ovvero la casa discografica di Elio e le Storie Tese – autore dell’operazione infatti è Cesareo, storico chitarrista della band milanese.
Le quattro avevano pubblicato un EP nel 2018 dal titolo Blu Moderno che presentava temi e stile di quanto poi ripreso ed esploso nel loro primo LP.

Le dieci canzoni trattano temi come la ricerca del proprio posto nel mondo, mediata da una sana e disillusa ironia, o il peso del linguaggio, che qui non è solo un mezzo per spiegare il mondo (o per spiegarsi ad esso), ma è uno strumento attivo, creatore, che plasma la realtà del narratore, ci porta una visione, un punto di vista incredibilmente a fuoco. La parola è una “diva del sonoro trapiantata nel silenzio di Cabiria”, e ancora il linguaggio “si è sporcato con quello dello scemo del villaggio”. Siamo al pop semantico, pronipote di uno schiaffo a bordo piscina dato da un giovane Moretti. Che aveva ragione allora e adesso ancor di più.

Stupisce l’età delle ragazze, e stupisce la mole di riferimenti evocati nei pezzi, che contribuisce a definire i confini degli scenari messi in note. Ci sono idee, opinioni, una forma di stanca saggezza che filtra la realtà che sta lì, aldilà del letto.
E il letto è uno dei tanti luoghi che ritornano spesso, quasi a dare una geografia al lato onirico dei pezzi, a giustificare lo spleen cosciente, dotto e lucido della voce narrante.

Un piccolo Gregor Samsa pieno di accidia che attende di comprendere se la metamorfosi debba avvenire fuori o dentro sé. Chissà.

Musicalmente siamo tornati indietro di trent’anni, che detta così pare una sconfitta e invece è qui il risultato di una fine ricerca di una forma che sposi forma e testo. Il cantautorato primi anni novanta, indie, tra Afterhours e i più tardivi Baustelle, ma nel lento e scandito cantare si sente qualcosa di più antico, senza scomodare nomi sacri citiamo solo Genova come riferimento. Le due scritture hanno però un piede aldilà dell’oceano, perché spesso ci sono echi ai progenitori del genere, da PixiesSonic Youth ed anche la scrittura talvolta sembra seguire modelli anglosassoni, pur rimanendo, a livello di contenuti, attaccatissima alla nostra cultura.

È un disco notturno, un disco pieno di morte, di identità spigolose, un disco che parla alla testa e che suona alla pancia. E la sintesi, anzi la sincresi tra i due moti avviene a metà disco, con la Canzone Introduttiva, una marcia blues solenne e da pelle d’oca, in cui riescono a citare anche Primo Levi, ed è l’unico momento in cui la voce della Mirani graffia e sporca la sentenza cantata.

C’è il tema del tempo e della memoria, in La Mia Stanza così come in L’Architetto, dove tempo e relazioni producono paradossi alla Escher, anche se a fermare la possibile spirale ci pensa Mangoni (che architetto lo è davvero) la cui sola presenza fa vacillare ogni pretesa di serietà. La collaborazione più interessante si trova in Ho la Febbre in cui troviamo Edda, in un riuscito duetto/dualismo che è uno dei momenti di scrittura più alti dell’intero disco.

I riferimenti letterari si manifestano nel trittico finale: Simile a un Morente, Stampe Giapponesi, Figli della Storia. Qui siamo nel decadentismo, nella Parigi di Huysmans, siamo ai saturnali, si arriva a citare Baudelaire in modo – quasi – letterale (i paradisi artificiali e tutti i mali degli amanti).

Il tutto si chiude con una domanda: “Com’è possibile far parte della storia / se non assomigli a niente / e se sosti quasi sempre / sulla soglia?”.

È stato un viaggio profondo, interessante, arricchente. Un continuo evocare fantasmi ed echi, a sostenere una visione molto personale della realtà.

Da risentire ma soprattutto da vedere, il giorno in cui di nuovo ci sarà concesso l’antico lusso dei concerti.

 

Viadellironia

Le Radici sul Soffitto

Hakupan

 

Andrea Riscossa

Leave a comment

Add your comment here