Odio dignissimos blanditiis qui deleni atque corrupti.

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Springtime “Springtime” (Joyful Noise Recordings, 2021)

Vi siete mai sentiti inadatti, insufficienti, inadeguati, non-abbastanza-capaci-per, quasi inermi?

Avete mai provato quella sensazione di sconforto misto ad ammirazione che si tramuta poi in stupore e meraviglia tanto da farvi dimenticare lo sconforto iniziale?

Ad esempio io ricordo con molta nitidezza di aver avuto un’esperienza simile ad un concerto dei Sonic Youth, a Bolzano, in un’ex acciaieria (com’era quella questione del luogo che determina la musica ecc…); al tempo ancora suonavo (tentavo miseramente diciamo, e senza alcuna velleità per altro) e ricordo che quella sera ero in prima fila, proprio in transenna, e dopo meno di un giro di lancette di Lee Ranaldo che, con una bacchetta della batteria infilata tra le corde della chitarra, mi stava facendo sentire suoni, rumori, note, qualcosa che comunque non avevo mai sentito prima, mi girai verso un amico dicendo qualcosa del tipo “ma cosa suoniamo a fare se c’è chi lo fa così”. Poi questo passa, il concerto prosegue, accadono cose, si susseguono brani, e finisci per sentirti la persona più fortunata al mondo ad aver assistito a un tale evento e dimentichi lo scoramento di un paio d’ore prima.

Ecco, tutto sto preambolo per dire cosa? Che ascoltando Springtime, il nuovo primo fresco di stampa disco degli Springtime, ho avuto un’esperienza similare anche se con uno sviluppo opposto. Da un’iniziale stato di beatitudine durante l’ascolto si è fatto avanti un sentimento di inadeguatezza pensando al momento in cui mi sarei trovato di fronte ad un foglio per scriverne.

Allora mi son detto che la scelta migliore in queste occasioni è quella di rendere un servizio, una sorta di raccomandazione, un consiglio vivamente sentito: se vi fidate del sottoscritto e dei suoi gusti e del suo parere, fatevi un regalo enorme ed ascoltate allo sfinimento quello che potrebbe, a circa cinquanta giorni dalla fine di questo 2021, quindi candidatura molto forte e autorevole, il disco dell’anno.

Gli Springtime sono una band formata da poco, sono un trio, ma in realtà si tratta di una specie di dream team, tipo quando in qualche videogioco sportivo formi la tua squadra coi tuoi giocatori preferiti: quel genio mai abbastanza considerato di Gareth Liddiard dei The Drones, sua maestà Jim White, che mi rifiuto di dover presentare, e Chris Abrahams, pianista di lungo corso coi The Necks (e molto molto molto altro), terzetto avanguardistico sperimentale in qualche modo accostabile al jazz.

Il risultato va dal meraviglioso al clamoroso, e il giudizio si sposta dal primo al secondo termine a seconda di quanti ascolti siate al momento riusciti a dare a questi 46 minuti (io ho abbondantemente superato i dieci per dire, e non tende a stancarmi e a propormi sempre nuovi spunti e nuove chicche), e risulta almeno al sottoscritto davvero difficile trovare un momento che stacchi sul resto, sia in positivo che in negativo; c’è così tanta bellezza in questo Springtime, dall’iniziale Will To Power (che a me ricorda tanto un Nick Cave pre Skeleton Tree che canta coi The Black Heart Procession) alla pazzesca cover live di Will Oldham, all’epoca ancora Palace Music (West Palm Beach), all’improvvisazione di The Island, che da pochi accordi di hammond di Abraham cambia pelle più e più volte, sorprendendo di continuo.

Ci sarebbero così tante altre cose da dire, dai contributi ai testi del poeta Ian Duhig, alla dichiarazione d’amore verso il disco di David Yow, a questa sottotrama da Murder Ballads che si espande un po’ ovunque, che l’unica cosa a cui riesco a pensare al momento è “quanto potrebbe essere indimenticabile sentire The Killing of the Village Idiot dal vivo”?

 

Springtime

Springtime

Joyful Noise Recordings

 

Alberto Adustini

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