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VEZsparks: Fatherson “The Rain”

di Laura Faccenda

 

Da più di un decennio, con l’avvento dello streaming e delle piattaforme digitali, la musica viene ascoltata in modo differente, rivoluzionario – per certi versi – rispetto alla concentrazione e all’attenzione analogiche al cospetto di un giradischi, di un mangianastri o di un lettore cd. Skippare una canzone, in quei casi, richiedeva un gesto meccanico di non poca responsabilità. Si avvertiva quasi una sorta di reverenza di fronte alla volontà dell’artista di concatenare i brani proprio in quell’ordine matematico. Ancora oggi, in molte interviste, i musicisti rimpiangono quei tempi d’oro, complici nell’infondere ai propri lavori in studio senso e continuità. 

Tuttavia, oltre qualsiasi nostalgia anacronistica, oggi a prevalere è la legge del salto compulsivo e la logica del singolo che anticipa – con una promo ben studiata – album e dischi attesissimi. Spotify ci ha dato in pasto tutta la musica immaginabile ma, per quanto questo sia un gran beneficio, il rovescio della medaglia è il rischio di mancato approfondimento. “Ah, non ci sono più le band di una volta, quelle che appassionavano e facevano sentire parte di qualcosa”, si sente dire spessissimo. Forse dipende anche da quanto ci si possa perdere nell’oceano di novità, senza mai trovare un porto sicuro. Ma deve scattare qualcosa affinché questo avvenga, affinché si possa scorgere una stella polare come bussola della navigazione.

La nuova rubrica bisettimanale #VEZsparks tratta proprio di queste illuminazioni. Brani che, attraverso playlist, radio, classifiche, reminiscenze di ogni genere, anno e provenienza sono riusciti a catturarci e a far sorgere le fatidiche domande: “Ma chi sono questi? Di chi è questa canzone? Quale disco la contiene?”. La scintilla, appunto, per bruciare di curiosità. Per correre a scoprire, collegare, ampliare la rete dei propri ascolti. Cliccare play e farsi cullare, poi, dalla tracklist completa. E La Scintilla è anche il titolo di uno dei tre paragrafi in cui è suddiviso il format, assieme a quello dedicato alla review della traccia e alla presentazione della band o dell’artista in questione.

Allora, accendete i vostri dispositivi preferiti. Accendetevi. Si parte con The Rain dei Fatherson.

Buona lettura e buon ascolto!

 

Il brano

Quando ci si approccia all’ascolto di un disco, la canzone di apertura porta sempre con sé una grande responsabilità. Possiede un’aura particolare, riconoscibile – talvolta – pur non sapendo con precisione l’ordine della tracklist. The Rain, traccia numero uno di Sum of All Your Parts (2018) dei Fatherson, si cala perfettamente in questo ruolo. L’intro, distillata in note chiaroscurali al pianoforte, si distingue già come uno scrigno di sperimentazione sonora, marchio di fabbrica del gruppo. Il fruscio meccanico che si innesca nei primi secondi e che rimanda ad un’antica cinepresa tornata in vita è, in realtà, la campionatura di un radiatore elettrico presente nella stanza dell’autore al momento della composizione. “Si adatta così bene a quel frangente iniziale” – ha dichiarato il frontman Ross Leighton – “Mi ricorderò sempre dove ero quando è successo e chi ascolta metterà in relazione questo particolare con il nostro album. Penso sia un ulteriore elemento per imprimere una certa personalità”. Personalità che emerge sia nel timbro vibrante, sapientemente calibrato tra asprezza e morbidezza nei momenti di picco e quelli di risoluzione, sia nell’effetto evocativo del testo, in catarsi ascendente, in corrispondenza con la linea melodica. Una coltre argentata di versi ed accordi enigmatici ma ispirati per la libera interpretazione ed identificazione. Una pioggia che, dal nembostrato di significato universale, penetra in quello personale, intensificandosi in un temporale di emozioni. E chissà, in quiete dopo la tempesta.

 

 

La scintilla

In merito a The Rain, a conquistare è proprio l’effetto catarsi. L’espansione di toni e ed energia che viaggia in parallelo alla compatta simmetria del brano, permettendo l’esaltazione dei particolari più pregnanti. E più disperatamente contraddittori. La parola “violins” della prima strofa muta, con un raffinato espediente, in “violence” nella seconda (anche i Pearl Jam avevano utilizzato un simile vezzo, fonetico e non lessicale in quel caso, in Daughter); l’esaltazione di una priorità — “You sleep in the exit rows / when there is a problem you will be the first to know” — assume contorni di irrinunciabile presenza, pur nel dolore. Un microcosmo di confessione racchiuso in un macrocosmo di distorsione. Distorsione di suono, negli effetti elettrizzanti della chitarra e del basso, e di visione del reale, nel sentirsi sovraesposti emotivamente, sottoposti ad una pioggia metaforica che scava le pareti del cuore. Come nel titolo dell’album la contiene, anche in questa canzone si può rintracciare una somma, un avvicendarsi di frequenze che — come gocce velocissime su una superficie vitrea — crescono in numero e potenza, intersecandosi, senza perdersi mai. Lo sviluppo strumentale d’impatto, supportato dall’esplosiva sezione ritmica, infonde un’aura di epica resilienza, di consapevolezza del qui ed ora (“But this violence / is just present tense”), nonostante l’imperversare del temporale. L’acqua, come simbolo di purificazione, lava via persino la rabbia. Nell’epilogo, infatti, una richiesta, una preghiera: “Call me when you need me over / call me when you need it done”. Per trovare riparo. O per ballare, insieme, tra un tuono e l’altro. O per aspettare, con fiducia, che torni il sereno.

 

La band

Arrivano da Kilmarnock, nella contea dell’East Ayrshire, in Scozia. Sono giovanissimi, sono un trio e sono anche fermamente convinti che se non avessero formato una band chiamata Fatherson non avrebbero potuto suonare con nessun altro. Ross Leighton (voce e chitarra), Mark Strain (basso) e Greg Walkinshaw (batteria) si conoscono dall’età di otto anni ed hanno iniziato a sognare insieme dai tempi della secondary school. Una crescita, un’indole alla costruzione che ha a che fare con la vita. Vita che confluisce, in modo autentico e diretto, nella loro musica. Canzoni strutturate, empatiche, edificanti che necessitano di sedimentazione per sprigionare la magia. Non c’è bisogno di altro, nessuna strategia da hit, né stratagemmi per attirare pubblico. “Se fai sul serio, se la fiamma viene dal cuore, le persone capiranno”. Così i Fatherson hanno conquistato grande seguito in patria, guadagnando consensi e passaggi nelle principali radio, già a partire dai primi due album, I Am an Island (2014) e Open Book (2016). Nel Regno Unito, il loro nome è apparso come opening act di gruppi del calibro di Idlewild, Twin Atlantic, Lonely The Brave, We Were Promised Jetpacks, Enter Shikari, Biffy Clyro, Frightened Rabbit. Ed è la formazione capitanata dal compianto Scott Hutchison ad aver delineato uno sliding doors fondamentale nel percorso tre dei amici e colleghi. “Ci siamo ispirati ai Frightened Rabbit da sempre. Midnight Organ Fight è stato ciò che di meglio la musica scozzese abbia prodotto negli ultimi venti anni. Ed è un’opinione assodata, già prima che Scott ci lasciasse. Gli dobbiamo molto. Quando avevamo sedici anni, dopo che ci vide suonare in una data locale, ci trovò uno slot per esibirci allo show Next Big Thing di HMV. È stato incredibile”. Parlano di eredità, riguardo Scott, sia in termini generali sia per le influenze che hanno plasmato il terzo disco all’attivo, Sum of All Your Parts, registrato in una full immersion di quattrocento giorni in una casa/studio indipendente. “Siamo soltanto dei ragazzi emo cresciuti ascoltando i Death Cub For Cutie ed i Manchester Orchestra, prima di innamorarsi di Radiohead e Bon Iver. Tuttavia ci rendiamo conto di quanto ci riflettiamo nelle nostre radici. Molti scherzano su noi musicisti scozzesi… Sono convinti che siamo condizionati da un grigiore meteorologico, che passiamo molto tempo chiusi in casa con la chitarra, in mancanza di alternative. Credo, invece, che questa attitudine, questa spinta ad andare a fondo nei significati non sia tanto un mood depresso quanto un’imprescindibile sensibilità. Fa parte della nostra identità. Potrebbe essere un cliché parlare di scena scozzese ma ce n’è davvero una. Gruppi che non si prendono mai troppo sul serio, che abbracciano le stesse riflessioni e guardano nella stessa direzione. È una consapevolezza che ci lega, oltre ogni genere musicale”. 

 

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