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Idles “Crawler” (Partisan Records, 2021)

“Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere. Chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato è un moralista, è il cosiddetto moralista.” 

Così diceva Pasolini durante la sua ultima intervista nel 1975, riguardo al suo film Salò o Le 120 Giornate di Sodoma, e sembra che gli Idles abbiamo preso questa frase alla lettera.

Che i moralisti si tengano a debita distanza, dunque, perché loro intendono scandalizzarci portando la loro musica sempre al limite, sperimentando nuovi sound e fondendo il tutto con attacchi improvvisi di punk.

Se il 2020 è stato l’anno della rivelazione, il 2021 è quello della consacrazione grazie al loro ultimo lavoro, Crawler uscito dopo un anno da ULTRA MONO.

Sulla carta possono essere identificati come appartenenti al post punk all’inglese per via della particolarità del timbro vocale del cantante Joe Talbot, della rozzezza delle linee di basso, dei suoni distorti e delle tematiche trattate, ma il gruppo stesso (già dal precedente album) non accetta di essere categorizzato in una nicchia così ristretta e hanno solo voglia di dire le cose a modo loro. Divertendosi, nel frattempo. 

La loro voglia di sconvolgere è palese già con il primo singolo, The Beachland Ballroom, una ballata dall’intro delicato e romantico, lontanissima dalle corde della band. Eppure l’enorme talento e l’accorata interpretazione di Talbot rendono il pezzo inequivocabilmente malinconico e rabbioso.

Nonostante non vogliano dedicarsi solo al punk, provando ad inserire sempre elementi sonori innovativi per creare qualcosa di unico, la loro anima post punk esplode in When the Lights Come On, che risuona di chiare vibrazioni alla Joy Division.

Basso, batteria e le due chitarre (rispettivamente Adam Devonshire, Jon Beavis, Mark Bowen, Lee Kiernan) non si tirano indietro quando c’è da pestare seri, e in The New Sensation e Meds si fanno ben sentire.

La genialità di questo gruppo risiede nel fatto che tutti i membri hanno una personalità e un talento allucinante, ed ogni strumento risuona chiaro e preciso. A testimoniare ciò è l’incalzante intro di The Wheel, che prosegue per tutto il brano con un ritmo convulso, e la linea di basso è sempre più profonda e scandita. Il brano parla di un rapporto problematico con la propria madre e il ritmo insistente riesce a trasmettere l’angoscia di quella relazione complicata.

La dimostrazione della loro versatilità invece la troviamo in Car Cash, iniziando il brano con del rap metal (alla Rage Against The Machine), per poi concludere il pezzo con qualcosa simile a The Smashing Pumpkins (solo per far capire le sonorità trattate).

Uno dei brani più peculiari è senza dubbio Progress, un qualcosa che assomiglia più ad un mantra. Un brano utilizzabile tranquillamente per la meditazione, l’ennesimo esperimento stilistico degli Idles. Subito dopo, Wizz: trenta secondi di grindcore puro. Dopo la calma benefica di una preghiera c’era bisogno di una botta di adrenalina, è un po’ come il sorbetto di limone per togliere il sapore del pesce.

Quattordici brani per un’esperienza fuori dal comune. Una band che racconta di traumi, relazioni difficili, abbandono e sofferenza, ma anche di ripresa e auto-realizzazione. 

Una band che possiede talento, cuore e personalità.

E voi, siete dei moralisti?

Nel caso la risposta sia “No”, andatevi ad ascoltare questo album e lasciatevi scandalizzare!

 

IDLES

Crawler

Partisan Records

 

Marta Annesi

 

PS: Per capire la grandezza degli Idles consiglio l’ascolto di The God That Failed contenuto in The Metallica Blacklist. L’identità musicale della band è talmente consolidata da stravolgere completamente il brano per farlo definitamente loro.

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