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Cat Power “Covers” (Domino, 2022)

Un dubbio mi attanaglia, una domanda sta segnando in maniera profonda questo primo spicchio di 2022: come ci si approccia ad un disco di cover? Con quale spirito lo si deve ascoltare? E dovendo scriverne, con quale metodo lo si deve “analizzare”?
Perchè la fate facile voi, vi vedo, premi play, lo ascolti, di qualche pezzo conosci l’originale, di molti altri no, però alla fine la voce è caratteristica, c’è il taglio personale, bla bla bla.

No, così no.

Questa volta, non so per quale motivo, mi pare necessario non dico rispondere ai quesiti di cui sopra, ma quantomeno por(me)li.

Ho da sempre un rapporto travagliato coi dischi di cover, quelli interamente di cover intendo, forse perchè gli ultimi che avevo ascoltato, a memoria, non mi avevano mai entusiasmato. E non dirò quali.

Alla soglia dei cinquant’anni Chan Marshall ha pubblicato il suo undicesimo disco, il terzo di cover, intitolato enigmaticamente Covers. 

I primi due episodi (posti all’interno di una discografia clamorosa per almeno i primi sei episodi, poi qualcosa è cambiato ma non divaghiamo) risalgono al 2000 e al 2008: The Covers Record è un disco splendido nel quale Cat Power era in piena modalità Re Mida, quando qualsiasi cosa facesse o toccasse diventava oro. Il successivo Jukebox mi aveva convinto e coinvolto di meno, probabilmente, anzi sicuramente perchè inserito nel periodo, inaugurato con The Greatest, che aveva portato l’artista di Atlanta dagli esordi indie rock e molto altro verso territori maggiormente soul-oriented.

E va da sé che questo Covers non si discosta di molto dalla strada intrapresa: arrangiamenti raffinati e misurati, scelte coraggiose e talvolta decisamente riuscite (una su tutte l’apertura con Frank Ocean e la sua Bad Religion) o la sospesa A Pair Of Brown Eyes dei Pogues. Meno centrata quando mette mano al Nick Cave di I Had a Dream, Joe o ancora a quel miracolo chiamato Nico e alla sua magnifica These Days, privata degli archi, leggermente rallentata, per un risultato che non rende onore né all’originale né a Cat stessa.

Per assurdo il disco funziona di più negli episodi che meno sembrerebbero avvicinarsi alle corde della nostra, come in Pa Pa Power o alla Lana Del Ray di White Mustang, quella che pare ormai essere la sua comfort zone.

Alla fine devo far pace con me stesso e autoconvincermi che è ingiusto e probabilmente altrettanto limitante sperare e augurarsi che qualcuno rimanga sempre fedele e uguale a se stesso. Questo è. 

Per tornare alle domande iniziali quindi, se prendiamo questo Covers come l’undicesimo disco di Cat Power possiamo tranquillamente inserirlo nel solco della continuità e del sentiero intrapreso, un disco che nulla toglie e nulla aggiunge ad una discografia che si mantiene ancora molto più che eccellente; spulciando invece un po’ più nel dettaglio, brano per brano, ci sono degli inciampi che si potevano evitare, che fanno da contraltare ad episodi che ci ricordano che siamo pur sempre al cospetto di una delle più grandi cantautrici degli ultimi trent’anni, qui alle prese con un disco che nulla toglie e nulla aggiunge ad una discografia che si mantiene ancora molto più che eccellente. 

Qualora il concetto non fosse ancora chiaro.

Intanto vado a mettermi su What Would The Community Think.

 

Cat Power

Covers

Domino

 

Alberto Adustini

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