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Deaf Havana “The Present Is A Foreign Land” (SO Recordings, 2022)

I Deaf Havana tornano con un nuovo album, l’atteso The Present Is A Foreign Land, dopo quattro anni dall’ultimo disco Rituals, con un nuovo volto che vede la line up ufficiale ridotta ai due fratelli James e Matthew Veck-Gilodi.

I cambi di formazione sono stati frequenti per questa band, tanto quanto i loro cambi di stile all’interno del macro cosmo Rock.

Hanno iniziato da giovanissimi con un impetuoso Post Hardcore – Screamo che li ha portati a farsi le ossa sui palchi europei e facendosi piacere ai più.

Dopo l’abbandono da parte dello screamer Ryan Mellor (2005-2010) è quindi James a prendere completamente posto sotto il riflettore. Qualche anno dopo verrà finalmente introdotto suo fratello Matthew, tassello fondamentale per una sterzata decisiva, dando la chance alla band di vertire su un genere più melodico, iniziando le prime sperimentazioni di ibridazioni con il Pop, ma mantenendo comunque un forte carattere alternativo.

Negli anni, le parole sudano copiose tra chitarre che dialogano armoniose attraverso delay e riverberi, un loro trademark fondamentale, ed emozionano il pubblico che non può non rivedersi in scene quotidiane di relazioni complicate, di amicizie profonde suggellate negli anni, e rivalutate nel tempo che passa.

Il tema del tempo che passa per James è molto ricorrente e serve spesso come retrospettiva per confrontarsi sulla propria maturazione, ciò che il tempo gli ha portato via o ciò che nel tempo è riuscito a conquistare.

È proprio in Kids, uno dei singoli estratti dall’album, in cui possiamo notare questo aspetto di malinconia nel rivedere in maniera critica eventi passati e con la volontà di non voler perdere quella leggerezza del vivere tipica dei giovani, leggerezza persa nell’esorabile presa di coscienza di divenire adulti.

“Was it all in my mind? (we were just kids)
‘cause everyone else grew older in time (we were just kids)
I’ll be alone forever (we were just kids)
together (we were just kids)”

In Going Clear i Deaf Havana sviscerano il problema della dipendenza da stupefacenti, più volte trattato da James in maniera alle volte sottile, alle volte più esplicita.
In questo brano viene descritto l’aspetto della dipendenza  attraverso impatti fisici e psicologici descritti così limpidamente tanto da procurare i brividi a chi ascolta.
La sofferenza e il senso di alienazione è palpabile, come la sensazione di arresa o di conseguente rassegnazione.

“I don’t know what’s happening to me
I wake up soaking in my sheets
I do lines on the weekend
I do lines with my real friends
don’t you say a prayer for me
sometimes I pray I die in my sleep”.

Il carattere più forte e personale che ne emerge è l’ammissione di quanto sia difficile uscire da certe situazioni, e che ricaderci costantemente sia quasi un sintomo, alla fine, di rendersi conto di non essere del tutto convinti o pronti a seguire un percorso atto alla svolta conclusiva di distacco dalle sostanze 

“I fall back behind my lies
maybe I don’t wanna be sober”.

Non mancano in questo album, come in quelli precedenti, brani acustici o produzioni più introspettive alimentate dall’ausilio di un sempre più presente utilizzo di elementi derivanti dall’elettronica, come Nevermind, Trying-Falling e Somewhere (ft. IDER).

Il sound prevalente tende verso un orizzonte decisamente più Pop ma con radici salde nella cultura Rock dalla quale proviene, testimone principale la ricorrenza di riff decisi e assoli che danno quel kick in più di colore ai brani donandogli carattere.

A tratti si sentono comunque suoni ripresi da Rituals e dal meno recente All These Countless Nights, quasi a presagire di aver saputo già da anni quale fosse la nuova rotta per i nuovi lavori e di voler scommettere nuovamente sulla stessa formula.

L’alternanza tra brani con una buona dose di potenza e brani dai bpm più contenuti e sound prevalentemente acustici, ne bilancia uno scorrimento che porta all’ascoltatore sino alla fine dell’album senza mai annoiare. E si sa che la scelta della scaletta dei brani all’interno di un album è probabilmente uno degli ultimi lavori di post produzione con un carico elevato di responsabilità.

Negli scritti, come nel sound, i Deaf Havana registrano un livello di maturità dove i due elementi si comportano con un andamento inversamente proporzionale: se in passato le casse proponevano ruggenti chitarre e batteria acida e spezzata, accompagnando testi più superficiali e talvolta meno diretti, ora i pezzi suonano più introspettivi a favore di una comunicazione decisamente più diretta e consapevole.

Sono lontani i tempi di quando erano Smiles All Around o In Desperate Needs of Adventure ad accompagnami tra le fredde strade d’inverno tra Yonge Street e Victor Avenue di Toronto, ormai 12 anni fa.

Ma il bello di essere affezionati ad una band che ha saputo tenere vicini vecchi fan e nuovi (in Germania di recente stanno collezionando fans come margherite a primavera), sta proprio nel guadagnarsi la fiducia di lasciare agli utenti di potersi creare nuovi ricordi da legare a nuovi canzoni, piuttosto che continuare ad esaltare solo i grandi classici.

Nel complesso The Present Is A Foreign Land è uno spiraglio di speranza perché questo progetto continui e che non si strascichi ulteriormente, poiché ad oggi i Deaf Havana non hanno mai deluso.

 

Deaf Havana

The Present Is A Foreign Land

SO Recordings

 

Roberto Mazza Antonov

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